La variante del coronavirus? Potrebbe girare da un po’ e non essere inglese


Chiamarla “variante inglese” è discutibile, sia dal punto di vista etico sia scientifico. Non è affatto detto, infatti, che Vui 202012/01 sia davvero inglese, e quindi non stupisce che sia già presente sul suolo italiano e in quello di molti altri paesi

Proprio come all’inizio del 2020 aveva poco senso parlare di coronavirus di Wuhan, ora ne ha altrettanto poco usare l’espressione “variante inglese”. E non tanto (o meglio, non solo) per l’associazione di un patogeno a una specifica nazione, ma anzitutto perché anche sul versante scientifico e dell’evoluzione del contagio le cose sono ben più complesse di quanto la narrazione della prima ora abbia lasciato intendere.

Le novità degli ultimi giorni sono la conferma di quello che era intuibile fin da quando – la settimana scorsa – è partito l’allarme in tutta Europa per il ceppo virale Vui 202012/01. Il ceppo era noto agli scienziati già dallo scorso 20 settembre, e presumibilmente le mutazioni che lo distinguono dalla versione base del coronavirus sono avvenute ben prima di quando sono state identificate attraverso esami di laboratorio.

Le origini della variante, per quanto se ne sa

Come ormai abbiamo imparato bene nel corso di questo anno di pandemia, tutte le informazioni preliminari sono da prendere con il beneficio del dubbio, in attesa che la ricerca scientifica – con i suoi tempi e i suoi metodi – arrivi a una conclusione condivisa. In ogni caso, a oggi gli infettivologi dell’Imperial College di Londra ritengono che la nuova variante sia in circolazione almeno dal maggio scorso.

Sull’origine della multipla mutazione che distingue la nuova variante da quelle precedenti ci sono due ipotesi principali. Una è che sia avvenuta una trasmissione del virus da una persona a un’altra specie animale, che il virus abbia subito diverse mutazioni in questo ospite e che poi sia stato ritrasmesso al genere umano. L’altra ipotesi, invece, è che il virus abbia albergato a lungo nel corpo di un paziente immunodepresso, e che quindi abbia accumulato gradualmente diverse mutazioni prima di infettare altre persone.

Sulla scia di questa seconda ipotesi è stato individuato anche un potenziale paziente zero, che sarebbe una persona del Kent, a Sud Est di Londra, nella quale il virus mutato è stato identificato prima di quando si ritiene abbia iniziato a diffondersi nella capitale e dintorni. Gli stessi scienziati che hanno analizzato il caso, però, ammettono di non poter dire se la mutazione si sia originata in questo specifico paziente, o se lui stesso sia stato contagiato con il virus già mutato.

Proprio come è accaduto per l’origine del coronavirus Sars-Cov-2, è possibile che l’inizio della storia debba essere retrodatato molto più indietro di quanto inizialmente si sia detto e scritto.

Inglese? Forse, ma poco importa

Che fosse settembre, maggio, una data intermedia o addirittura precedente, un elemento ormai assodato è che questa nuova variante è presente da parecchio, sicuramente da diversi mesi. E se a Londra ha avuto il tempo di imporsi rispetto alle altre varianti (presumibilmente per via della più alta contagiosità e quindi capacità di trasmettersi da persona a persona) fino al punto da diventare la più presente in assoluto, non è azzardato affermare che abbia già circolato abbondantemente.

Il che significa, come ha riportato anche The Guardian sulla base di dati elaborati in Danimarca, che è altamente probabile che Vui 202012/01 abbia già avuto modo di diffondersi in molti altri paesi, “nella maggior parte di quelli europei, se non in tutti”. Ammesso e non concesso che il Regno Unito sia il paese dove la nuova variante effettivamente ha circolato di più – altri paesi non l’hanno nemmeno cercata, fino a qualche giorno fa – questo non significa che per forza debba aver avuto origine da lì. Né tantomeno che lì sia rimasta confinata.

Non sorprende affatto, dunque, che nelle ultime ore siano stati individuati pazienti infettati con la nuova variante in molti altri paesi, incluse anche situazioni in cui non c’è stato alcuno scambio recente e diretto con il Regno Unito. In Italia, per esempio, oltre ad alcuni casi di rientro è stato identificato almeno un caso (a Loreto, di provincia di Ancona) in cui il collegamento diretto con il Regno Unito non si è trovato. Ma basta ricordare che di fatto nel nostro paese questa nuova variante non è mai stata attivamente investigata per immaginare che sia molto probabilmente già in circolazione.

Forse è presente in un piccolo numero di casi, o forse più grande, ma pensare che il numero di infetti non identificati sia zero sembra un déjà vu di quando, a febbraio, si andava alla caccia del fantomatico paziente zero, senza essersi resi conto che di casi sul suolo italiano ce n’erano già a migliaia. Anche perché, dato che la nuova variante sembra non essere capace di generare una forma di Covid-19 più grave, ci sono sempre da considerare gli asintomatici, in un quadro generale nazionale in cui il contact tracing è abbondantemente saltato.

In pratica, dunque, le notizie di questi giorni sono le conferme ufficiali di qualcosa che è largamente atteso, e non giungono certo inaspettate.

La giungla delle mutazioni

Un altro elemento narrativo un po’ confuso sulla nuova variante riguarda la dinamica stessa delle mutazioni. Non esistono solo il ceppo base del Sars-Cov-2 e il nuovo ceppo, ma una miriade di mutazioni più o meno grandi e più o meno rilevanti, che molto di frequente si generano e si diffondono. Solo nella giornata di ieri, nello stesso Regno Unito, è stata identificata un’ulteriore variante del Sars-Cov-2, in due persone che erano arrivate sul suolo britannico dal Sudafrica.

Rispetto alla maggior parte delle varianti, Vui 202012/01 pare importante perché più contagiosa, quindi in vantaggio competitivo rispetto alle altre e capace di diventare quella dominante in termini di numero di contagi. Se così sarà anche al di fuori del Regno Unito, come al momento è ritenuto probabile, a quel punto la variante non avrà più una territorialità, e l’idea stessa di “variante inglese” avrebbe ancora meno senso. Del resto, le restrizioni imposte negli ultimi giorni rispetto al Regno Unito hanno certamente l’obiettivo di rallentare la diffusione del ceppo virale, ma non ci si può illudere di riuscire a tenerlo per sempre fuori dalla porta di casa: ce lo insegna la storia recente, e la dinamica stessa della pandemia.

Potrebbe interessarti anche





Vai all’articolo Originale!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

X