Chiara Schettino è l’amica geniale della Silicon Valley


Dal primo hackathon a 15 anni nella sua città, Avellino, alla prima startup a 18 nella Bay Area. Fino al progetto VoiceMed, per riuscire a prediagnosticare il covid classificando i flussi sonori della voce delle persone. La storia di questa 19enne ci può insegnare tante cose. Una su tutte: la vita è quel accade, anche se è fatta di ciò che scegli

A 19 anni, Chiara Schettino ha già creato una startup battezzata in Silicon Valley, fondato la prima piattaforma in Italia di challenge digitali per studenti delle superiori, collaborato con un team internazionale in grado di prediagnosticare il covid classificando i flussi sonori della voce delle persone. Ha anche vinto una manciata di hackathon ed è la più giovane al mondo ad aver conseguito la certificazione di Scrum Product Owner, che attesta le competenze nel campo dell’innovazione manageriale. Se un linfoma non l’avesse costretta a schiacciare il tasto “pausa”, ora sarebbe in Asia a scoprire il mondo delle corporate orientali o in Inghilterra a studiare Economia. Ma la vita è quel accade, anche se è fatta di ciò che scegli. E a Chiara è accaduto di sostenere la maturità classica nel reparto di oncoematologia dell’ospedale Bambino Gesù di Roma e di scegliere poi la facoltà di Digital Management all’Università Ca’ Foscari di Venezia in collaborazione con l’incubatore di idee H-Farm. “Seguo le lezioni da remoto tutti i giorni”. Al momento prigioniera del suo stesso corpo, organizza la resistenza chiamando alle armi le risorse dell’immaginazione. Evade con la mente pensando alla prossima startup. Perché – racconta a Wired (voce da ragazzina, parole da adulta) – la sua generazione deve smettere di lamentarsi e imparare a cogliere tutte le opportunità. A partire da quelle che la scuola offre”.
La stessa scuola che ha obbligato i genitori a sacrifici notevoli per attutire i colpi della quarantena? 

“Epidemia a parte, che ha messo a dura prova la visione tradizionale dell’insegnamento e dell’apprendimento, è molto di moda dire che il sistema non funziona. Io ho finito da poco il liceo classico europeo ad Avellino, la mia città, e credo che la scuola italiana non sia ‘rotta’, ma che piuttosto – come dice Sugata Mitra, professore indiano di tecnologia didattica – funzioni perfettamente nell’educare e generare persone identiche. Solo che oggi servono tante teste diverse capaci di immaginare e di pensare a lungo termine”.

E in che modo si formano “teste diverse”?     

“Offrendo loro più attività extracurriculari che avvicinino a mondi lontani, anche a quello del lavoro, che a 18 anni mette paura. Eppure, se penso ai miei ex compagni di classe, meno di una manciata ha preferito continuare a studiare… È anche vero che attività e storie che siano d’ispirazione non bastano. Da parte degli studenti ci vuole il coraggio di approfittarne, di fare altro oltre le lezioni perché il tempo si trova. Sai come mai ho partecipato al mio primo hackathon, a 15 anni? Nessuno voleva andarci. E allora, nonostante non avessi i voti alti – condizione praticamente fondamentale per essere ammessi e a mio parere sbagliata –, la prof mi ha costretta”.  

Un ricordo di quell’esordio “obbligato”?

“Ho perso! Era un hackathon abbastanza semplice con l’obiettivo di trovare soluzioni per migliorare la scuola. Mi ha conquistato l’esperienza in sé. Tant’è che sei mesi dopo ho voluto ripeterla. L’ex Miur [Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, ndr] aveva organizzato nel mio istituto l’evento Futura, che comprendeva una specie di hackathon civico: 15 team in tutto, tre giorni di sprint. Con la mia squadra abbiamo deciso di sviluppare un progetto di agritech: la coltivazione di zenzero in idroponica nei territori dell’Irpinia dismessi o confiscati alla mafia. Siamo arrivati alla finale nazionale che si teneva a Genova e lì al Palazzo della Borsa a illustrare la nostra idea ai Ministri, a Renzo Piano e ad altre istituzioni: da svenimento. Abbiamo vinto un’estate in Silicon Valley a lavorare al progetto: tre settimana a raccogliere feedback, suggerimenti… Memorabile il pitch a Plug and Play, uno dei maggiori acceleratori di startup al mondo”.

Adesso a che punto è il progetto? 

“Un ricercatore dell’Istituto Superiore Sant’Anna di Pisa è entrato nel team. Avevamo iniziato a prendere contatti con le istituzioni politiche del territorio quando è scoppiato il coronavirus”. 

Era la tua prima volta in America?

“No, ci ero già stata per uno scambio culturale quando avevo 15 anni. Ho passato un’estate a Santa Rosa, vicino a San Francisco, a conoscere un’altra faccia della Silicon Valley, quella universitaria, che è molto diversa dalla realtà aziendale delle grandi corporate: ero ospite di una famiglia che stava accompagnando la figlia a scegliere dove proseguire gli studi”. 

Altri progetti a cui stavi lavorando prima del lockdown? 

“Con alcuni ragazzi conosciuti durante la seconda trasferta negli Stati Uniti abbiamo fondato ContHackto, una piattaforma di challenge digitali, la prima in Italia, con l’obiettivo di connettere gli studenti delle superiori provenienti da luoghi diversi per favorire una maggiore contaminazione di idee. Volevamo che anche altri potessero fare esperienze di confronto simili alla nostra, per di più in tempi non sospetti in cui collegarsi a distanza sembrava un’assoluta novità. Poi, durante la quarantena, ho preso parte agli hackathon HackTheCrisis, competizioni internazionali in cui diversi team elaborano proposte e soluzioni per combattere il covid-19, e così sono entrata in contatto con la startup VoiceMed, nata in Lituania per creare un algortimo di intelligenza artificiale capace di prediagnosticare il coronavirus classificando i flussi sonori della voce delle persone. All’inizio eravamo un gruppo di cinque e ora siamo più di 200, dal Brasile, dall’India, dalla Cina… E abbiamo già il supporto di diversi ospedali in Europa e oltreoceano. Per ovvie ragioni ho dovuto fare un passo indietro, ma non smetto di seguire da lontano i progressi del progetto”.  

Dover “sospendere la vita” per dei mesi, prima a causa della quarantena e poi del linfoma: che effetto sta avendo su una 19enne?

“Può sembrare un controsenso, eppure sono ‘bombardata’ di input e di storie e di suggestioni che mi stanno dando parecchie idee. Ho sempre pensato che il climate change fosse il tema più caldo su cui concentrare i miei sforzi di giovane startupper, invece adesso penso che anche la salute in senso stretto sia una priorità, così come l’economia. È il motivo per cui sto lavorando – in veste di Change Maker – al progetto Economy of Francesco, l’incontro mondiale di giovani che cercano di rendere l’economia di oggi e di domani, appunto, più giusta, sostenibile e inclusiva, così come proposto da Papa Francesco”. 

Come riesci ad aderire così tanto alle cose che fai? È prerogativa della tua generazione?

“La maggior parte dei miei coetanei non crede sia possibile andare oltre i propri limiti; ma quando supera la comfort zone e varca nuove soglie, sa appassionarsi per davvero. È un clic”. 

Qual è stato il tuo, fuor di metafora?

“Incontrare le persone giuste al momento giusto. E il merito è della mia famiglia. Mio nonno era prefetto e ci teneva molto che io conoscessi artisti, intellettuali, grandi filosofi, figure istituzionali da cui lui stesso si lasciava ispirare…  Mia mamma non era da meno: mi trascinava ai festival del cinema, invitava in città scrittori, musicisti, registi… Così sono andata a cena con Anita Garibaldi Hibbert, figlia di Ezio Garibaldi e pronipote dell’Eroe dei Due Mondi; poi con Alessandro D’Acquisto, il fratello di Salvo, carabiniere-eroe che nel 1943 offrì la sua vita ai tedeschi evitando l’eccidio per rappresaglia di 22 italiani, e con il regista Giuseppe Tornatore. Certo, a questi incontri aggiungici la mia curiosità e le idee chiare fin da subito: in terza media andavo in giro dicendo che volevo fare una startup, senza nemmeno sapere da dove si cominciasse; pare avessi in testa di inventare dei microchip da impiantare nei cani e cercavo ingegneri meccanici, ma non riuscivo a ingaggiare nessuno…”. 

Chi rappresenta una guida per te?

“Fin da piccola, Jacopo Mele, digital life coach inserito da Forbes tra i 30 under 30 più influenti nella politica europea e tra i cinque under 30 dell’enterprise technology italiana. Tra le altre cose, è l’ideatore di Aurora Fellows, un nuovo progetto europeo appena lanciato che vuole formare i ragazzi tra i 18 e i 23 anni affinché sviluppino le qualità e la mentalità necessarie a diventare gli imprenditori del futuro e Change Maker responsabili. A stretto contatto con esperti e professionisti di nuove tecnologie, management e filosofia, per un intero triennio potenziano formazione e passioni. Avrei dovuto partecipare anch’io. Sarà per la prossima edizione. Intanto, do il mio contributo a distanza, compatibilmente con le mie possibilità”.

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