Col nuovo dpcm il governo citofona al senso civico degli italiani


Alla fine l’inapplicabile divieto di feste in casa diventa una “forte raccomandazione”. Giusto, perché senza lockdown il governo non può entrare, specie se fuori c’è ancora molto da sistemare. Ma gli italiani ripagheranno la fiducia di Conte, che cerca un dialogo senza contraddizioni?

Giuseppe Conte (Foto: Alessandra Benedetti – Corbis/Getty Images)

Il nuovo dpcm si ferma mezzo passo oltre, e non prima, della porta di casa. Quello che si pensava di trasformare in un divieto costituzionalmente scivoloso rimane una “forte raccomandazione”. Il governo si sporge all’ingresso delle nostre abitazioni ma non va più avanti, scegliendo la strada di un invito accorato a evitare maxiraduni casalinghi, familiari o amicali che siano: d’altronde bar e ristoranti sono luoghi sicuri, rispetto alle mura di casa. Tre contagi su quattro avvengono in famiglia e dopo 36mila morti dovrebbe esserci chiaro: più quella famiglia si allarga, anche per una sera, più i rischi salgono. Specie se le mascherine si abbassano.

Ha prevalso, a quanto pare, la linea del premier Conte contro i rigoristi, oltre che i richiami del Quirinale rispetto al decreto del 7 ottobre con cui è stato prolungato lo stato di emergenza fino al 31 gennaio prossimo, che fa da cornice a ogni nuovo dpcm. E che di luoghi privati non parla. Il presidente del Consiglio, lo ha ribadito ieri escludendo un nuovo lockdown generale, sembra voler procedere passo dopo passo, con una strategia fatta di tasselli di varie dimensioni. Che, in qualche maniera, mettano a frutto una situazione in rapido peggioramento ma evidentemente ritenuta più sostenibile di quella di altri paesi europei. Dopo le dirette a notte fonda, insomma, è il momento di governare la pandemia con curve veloci ma morbide, non con le inversioni traumatiche delle ore più drammatiche.

Si parte dal contorno (calcetto, sport di contatto, cerimonie e altre attività con numeri limitati, contrasto agli assembramenti selvaggi serali) per salvare l’essenziale, scuola e lavoro. E qualcosa di più: una parvenza di vita sociale. Chiudere i locali alle 24, per esempio, non cambia nulla alla cena del sabato sera. Anche per questo la richiesta di alcune regioni sulle scuole superiori, quella di tornare alla fallimentare didattica a distanza, è stata respinta. Contraddirebbe i piani dell’avvocato: nelle considerazioni di palazzo Chigi, le scuole si chiudono quando la situazione è gravissima e fuori controllo.

Sono vietate le feste in tutti i luoghi al chiuso e all’aperto” recita il decreto del presidente del Consiglio dei ministri. Per le abitazioni private, “è comunque fortemente raccomandato di evitare feste e di ricevere persone non conviventi in numero superiore a 6”. D’altronde, al di fuori di un sistema di lockdown rigido come quello della scorsa primavera, con quale autorità lo Stato sarebbe potuto ficcanasare in casa e, secondo l’indecente caos di voci, bozze e indiscrezioni circolate nei giorni scorsi, controllare e identificare eventuali partecipanti a una cena? Si sarebbe trattato di misure di estrema privazione dell’iniziativa e della libertà personale in netto contrasto col resto delle infinite situazioni quotidiane con cui veniamo in contatto: su questo, Conte dimostra di voler individuare una sintonia con la pancia del paese. Cercando di evitare palesi contraddizioni e di non mettere il dito nella piaga di un tessuto sociale già sfibrato ma di riportarlo progressivamente dalla propria parte dopo la buona prova di sei mesi fa.

Su questo fronte, fino a un punto di non ritorno come il lockdown, ci sono infatti solo educazione e prudenza. Per certi versi, quella in casa è una partita paragonabile a quella dell’app Immuni: dovremmo arrivarci da soli, a certe decisioni, perché nessuno può imporcele al di fuori di una chiusura totale. Tanto più imponendo regole del tutto inapplicabili: spediamo una pattuglia di carabinieri per ogni famiglia italiana che mangia una pizza con zii e nonni mentre al sistema sanitario mancano ancora 20mila fra medici e infermieri, le file per i tamponi arrivano in certi casi a molte ore e i mezzi pubblici sono ridiventati invivibili carnai?

Il lockdown è una misura discreta: o c’è o non c’è. Se c’è, le garanzie individuali si restringono e in quel quadro alcune scelte temporanee possono essere accettate. Se non c’è, come in questa fase, e non pare possa mai più esserci in formule come quelle che abbiamo conosciuto, tutto quello che c’è in mezzo è un infinito e a tratti surreale lavoro di sfumature che mescola obblighi e senso civico, raccomandazioni e disciplina individuale, controlli e (perché no), un po’ di sana sanzione sociale.

In tutto questo rimane ovviamente il rischio della delazione istituzionalizzata, della segnalazione del vicino che a giudicare dal fracasso quella forte raccomandazione non ha voluto seguirla, della guerra condominiale che prosegue sotto le spoglie della sicurezza sanitaria, dell’intromissione nella privacy. Un quadro che torna a riproporsi dopo gli avvistamenti di runner e cinofili delle settimane più buie sul quale, di nuovo, si misurerà la maturità di un paese in questo secondo tempo di pandemia: al di là dei casi eclatanti, come la mamma positiva di Ladispoli al coronavirus che nonostante i sintomi ha organizzato due feste di compleanno spedendo in quarantena 60 persone, nessuno potrà imporci cosa fare in casa. In questo senso Conte ha voluto inviare un messaggio di fiducia. Chissà come lo ripagheranno gli italiani.

Potrebbe interessarti anche





Vai all’articolo Originale!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

X