Facebook risponde alle critiche di The Social Dilemma


Il documentario, molto chiacchierato nelle ultime settimane, sostiene con forza che i social creano dipendenza e disinformazione. Ma la società di Mark Zuckerberg ha voluto rispondere punto per punto alle critiche

Presentato all’ultimo Sundance Film Festival e diffuso su Netflix lo scorso settembre, The Social Dilemma è un documentario (o un docudrama, com’è stato definito ufficialmente) che esplora la diffusione negli anni recenti dei social network e i danni che hanno provocato alla società, citando fra i tanti effetti il commercio dei dati, l’irrobustimento del cosiddetto capitalismo di sorveglianza, lo sfruttamento dei profili personali per scopi personali, la diffusione di fake news e teorie della cospirazione, e non ultimo le conseguenze sulla salute mentale in particolare degli utenti più giovani. “Se non stai pagando per il prodotto, allora il prodotto sei tu”, è una delle frasi più efficaci del documentario e che è a sua volta divenuta virale sui social (in un modo anche paradossale, visto che la viralità è uno dei fattori che tanto si criticano qui).

Uno degli obiettivi principali di The Social Dilemma (che già nel titolo fa il verso al film di David Fincher The Social Network) è sicuramente Facebook, fra tutte considerata la piattaforma più pervasiva ma anche quella più pericolosa per certi versi. Nei giorni scorsi l’azienda di Mark Zuckerberg ha pubblicato un lungo intervento in cui prende le distanze dal documentario, accusandolo di “seppellire il contenuto nel sensazionalismo”. Secondo i rappresentanti di Facebook, infatti, “invece di offrire uno sguardo sfaccettato alla tecnologia, dà una visione distorta di come funzionano i social media per creare un perfetto capro espiatorio per quelli che sono problemi sociali complessi e difficili”. Una delle critiche principali è quella rivolta all’algoritmo di selezione dei contenuti, che farebbe vedere a un utente solo le cose che già in partenza potranno piacergli o con cui sarà d’accordo, con il risultato di esacerbare gli scontri politici e d’opinione; anche su questo Facebook risponde sostenendo che l’algoritmo è invece uno strumento “utile e rilevante”.

Sull’accusa di lavorare attivamente per tenere le persone incollate allo schermo, Fb risponde sostenendo che con gli ultimi aggiornamenti del 2018, anzi, l’utilizzo della piattaforma è diminuito di 50 milioni di ore al giorno. Sul coinvolgimento, invece, nelle elezioni americane e l’aiuto indiretto alle infiltrazioni russe nelle presidenziali del 2016, la società di Zuckerberg è costretta ad ammettere gli errori, sostenendo di aver ora oltre 70 partner coinvolti nel fact-checking e di aver già rimosso 22 milioni di contenuti di hate speech. “Sappiamo che i nostri sistemi non sono perfetti e che ci perdiamo qualcosa, ma non permetteremo che si faccia disinformazione o si semini odio su Facebook”, si legge ancora nel messaggio. Anche se sono proprio queste pieghe di imperfezione, in un sistema che praticamente s’insinua in ogni ambito e ogni momento della nostra vita, a suscitare grande inquietudine.

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