I 10 migliori film italiani tratti da romanzi altrettanto italiani


Il grande schermo li ha presi e stravolti. Oppure li ha rispettati, aggiungendo loro il respiro del cinema. A partire da Lacci, che ha aperto l’ultimo Festival di Venezia e adesso è arrivato nelle sale, ecco la classifica definitiva dei film made in Italy che hanno tratto ispirazione dai romanzi nostrani

Da bravi fratelli, per tanti anni, la televisione e il cinema si sono spartiti la letteratura italiana. Alla prima spettavano i romanzi storici e classici, quelli tradizionali insomma; mentre al secondo andavano i più moderni, i meno convenzionali, i meno noti. È stato così per decenni, fino a che non è arrivata la nuova serialità a ribaltare tutto, lasciando al grande schermo l’unica possibilità di lavorare sull’instant.

Arriva questa settimana nelle sale Lacci, il film di Daniele Luchetti passato alla Mostra del Cinema di Venezia che adatta l’omonimo romanzo di Domenico Starnone, anche se qualcosa tradisce: a cambiare sono le location, lo status dei protagonisti, alcune dinamiche e molto dei rapporti per come si evolvono nel finale, così da andare incontro al cinema dello stesso regista, che già in La nostra vita e Anni felici aveva raccontato – adottando il punto di vista dei figli – di famiglie spezzate e della fatica di rimanere insieme.

In realtà, i migliori titoli italiani tratti da libri altrettanto italiani hanno fatto tutti questo tipo di lavoro, cioè di cambiare, piegare e lavorare pesantemente sul testo originale. Al contrario degli adattamenti dei classici, quelli per il cinema nel nostro Paese prendono sempre una piega estetica, vengono lavorati con sudore per trarre qualcosa di nuovo dal libro e non solo per trasporlo.

10. Uomini contro (1970)

Francesco Rosi crea una versione nostrana del cinema di guerra e lo fa, come sempre nel suo lavoro, a partire da storie vere, quelle riportate da Emilio Lussu in Un anno sull’altopiano. La realtà è la base su cui costruire la finzione, cioè  la messa in scena della Prima guerra mondiale.

9. Il Decameron (1971)

Pier Paolo Pasolini segue e non segue Giovanni Boccaccio. Del testo originale gli interessa la sfacciata trasgressione, la capacità di raccontare la sessualità in maniera giocosa e disinibita. Il fatto poi che sia un’opera intoccabile, eppure il regista la tocchi eccome, in particolare quelle tematiche che per il cinema perbenista dell’epoca erano aliene, è rilevante. Inserisce anche se stesso, perché non ci siano dubbi che quello è il suo di Decameron.

8. Il nome della rosa (1986)

Produzione italiana, francese e tedesca, in cui il romanzo di Umberto Eco – il più venduto dell’epoca moderna – trova l’interprete perfetto, cioè Sean Connery (sempre desiderato dallo stesso autore). Scarsamente fedele per ovvie esigenze di compressione, Il nome della rosa al cinema perde molte componenti intellettuali, annulla le dispute e si concentra sull’azione. Così svanisce il senso del titolo del testo, ma rimane una capacità non comune di creare un giallo di paura con monaci benedettini e francescani.

7. Romanzo criminale (2005)

Il libro di Giancarlo De Cataldo è la base del nuovo cinema (e della nuova serialità) criminale italiano. Quando Michele Placido lo plasma per il grande schermo non sa di stare fondando un immaginario, a partire da un gruppo di attori emergenti, che poi contagerà tutte le produzioni a venire. Ecco, dunque, un caso in cui l’adattamento è molto più importante del romanzo di partenza.

6. Padre padrone (1977)

I fratelli Taviani prendono il romanzo di Gavino Ledda e creano un film che lo completo. Le immagini, una volta tanto, non sono la rappresentazione delle pagine scritte ma una vera e propria aggiunta. Lo scenario pastorale dà un nuovo senso a quell’epica sarda.

5. La solitudine dei numeri primi (2010)

Il regista Saverio Costanzo parte dalla storia di formazione di Paolo Giordano (premio Strega 2008), in cui bambini che diventano ragazzi e poi adulti si portano dietro dei traumi, per creare un misto di generi compreso l’orrore. Così il film offre una varietà di toni che mancano al romanzo e alla fine sa addirittura parlare di sentimenti con i corpi sformati che corrono, si attraggono, si guardano e si truccano. Certo, tradisce il finale rendendo il titolo inutile, ma regala il più imprevedibile dei lieto fine e uno dei sottofinali migliori del cinema italiano recente.

4. Il gattopardo (1963)

A Luchino Visconti non interessava tanto la storia del cambiare tutto per non cambiare niente, il suo obiettivo era estetico. Del romanzo originale di Giuseppe Tomasi di Lampedusa rispetta molto, cerca di non toccare niente, ma sottilmente – tramite i costumi, gli ambienti e le inquadrature – crea un suo ’800 siciliano con uno sfoggio di sfarzo e una capacità di curare il dettaglio che danno al film sensazioni che la pagina non conosceva. Là dove c’era una condanna dell’aristocrazia, Visconti inserisce una grande nostalgia.

3. Un maledetto imbroglio (1959)

Uno dei migliori polizieschi italiani viene dal romanzo di Carlo Emilio Gadda Quer pasticciaccio brutto de via Merulana. Lo ha adattato Pietro Germi (il più sottovalutato tra i geni del cinema italiano) mettendo se stesso come protagonista nei panni classici dell’ineffabile ispettore. È un gioiello di modelli americani e sostanza nostrana, una storia presa dall’attualità che faceva negli anni ’50 il medesimo lavoro delle serie criminali top di oggi.

2. Il conformista (1970)

È il lavoro che lancia Bernando Bertolucci prima che Ultimo tango a Parigi lo renda una star mondiale. Questo, però, è ancora un film italiano, con attori italiani (Stefani Sandrelli) o resi famosi dall’Italia (Jean-Louis Trintignant). La storia è quella di un delatore sotto il fascismo, ma il lavoro con il direttore della fotografia Vittorio Storaro su ambienti e colori è cento volte più potente di quello fatto sulla scrittura. Lo stile e la durezza della condanna vengono dai muri, dagli spazi giganteschi; del resto, anche la lettura del fascismo è resa dall’architettura più dalle parole.

1. Gomorra (2008)

Matteo Garrone aveva acquistato i diritti cinematografici del romanzo d’inchiesta di Roberto Saviano ben prima che scoppiasse il caso. E la sua idea fin da subito era di tradirlo. Episodico e fondato su piccole storie, Gomorra nella mani del regista diventa un viaggio in cui ogni trama è un pretesto per ritrarre corpi e luoghi: le vele di Scampia come se fossero un’astronave, i ragazzi che sparano nella palude come fosse il Vietnam, le grotte, gli interni e le sartorie… è tutto un mondo nuovo che arriva potentissimo. Se il libro aveva fatto scuola, il film ha creato il setting cinematografico e televisivo della Napoli criminale moderna per come la conosciamo.

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