Il ritorno di László Krasznahorkai, pessimista geniale


A fine ottobre ritorna in libreria con “Guerra e guerra” il grande autore ungherese, più volte candidato al Nobel: il pessimismo cosmico dei suoi romanzi viene bilanciato da uno sguardo su una realtà sempre più minacciata

Viviamo tempi ansiosi e di ciarlatani, e non solo per la pandemia. Le prossime elezioni americane paiono annunciare burrasca, e il populismo, coi suoi falsi proclami e le sue ansie messianiche, continua a detenere il potere nonostante le note e manifeste incapacità. L’Ungheria di Orban non è certo esente da questa piaga, e ha fatto parlare di sé soprattutto per la limitazione delle libertà personali e nella censura. Proprio dal paese magiaro è emersa negli ultimi anni la voce internazionalmente acclamata di László Krasznahorkai, sceneggiatore (per anni) del film-fiume Satantango, e soprattutto autore di un libro di culto con lo stesso titolo, ha lavorato col regista Bela Tarr e ora quasi più famoso e venerato di quest’ultimo. 

Famoso per i suoi lunghi e claustrofobici periodi che avvinghiano il lettore, e scoperto per l’Italia dal defunto editore Zandonai, Krasznahorkai è stato rilanciato in questi anni da Bompiani anche per via di un meritatissimo International Man Booker Prize. A fine ottobre uscirà tradotto da Dora Varnai un romanzo ancora inedito in Italia, Guerra e guerra, il tassello che mancava della sua quadrilogia di romanzi, di cui parliamo qui (in anteprima). 

Il romanzo ha già di per sé una storia editoriale particolare, sia per struttura interna  – è un libro con al centro un manoscritto apocrifo, che il protagonista archivista un po’ pazzo György Korim vuole rendere eterno andando a New York e ricopiandolo sulla Rete (“il primo strumento nella storia umana che conteneva in sé la possibilità pratica dell’eternità”, ragiona) – sia per la sua vita fuori dal testo.

Nell’ultimo capitolo, infatti, il protagonista lasciava a testamento un’unica frase, chiedendo che venga apposta su una targa commemorativa, vicino a una scultura dell’artista italiano Mario Merz in Svizzera – e così è stato fatto! 

All’inizio di questo libro dal respiro internazionale, in un capitolo che funge da prologo, troviamo Korim ubriaco e distrutto che piomba dentro un bar infimo, che pare piuttosto un hangar di freak perso in un presente statico. E lì, appoggiato al bancone minacciando il suicidio, farnetica davanti a un uomo che chiama Angelo della lotta tra la bellezza e le distruzione del mondo, di una svolta storica avvenuta nelle questioni umane, maledicendone cupidigia e bassezze. 

Siamo subito immersi nell’atmosfera cupa, in attesa di una rivelazione, ma anche luminosa, in preda a certe estasi di bellezza subitanee, dei libri di Krasznahorkai. Che alla dimensione spirituale di un’epoca convulsa che pare in preda all’abbandono, non solo dell’Ungheria post-sovietica, alterna la capacità di raccontare la bellezza di epopee come quella qui raccontata nel manoscritto da rendere eterno: l’epica di un manipolo di soldati sconfitti che tornano a casa. 

Tutto il manoscritto … sembrava voler parlare del giardino dell’Eden”, racconta Korim, da un passato ormai compresso anche nello spazio americano di New York dove l’archivista si muove, vivendo la sua nuova vita americana, approcciando l’uso della lingua inglese e incontrando personaggi altrettanto bizzarri rispetto a lui. 

Se Guerra & Guerra è un libro che potremmo considerare in parte basato sulla vita di Krasznahorkai – l’autore ha infatti vissuto molti anni a New York e a New York ha dedicato un libro di prossimo uscita su Melville e Lowry persi nella Grande Mela – altrettanto potremmo dire di quello che è considerato il suo libro più conosciuto, Satantango.  

Il titolo dà già l’idea di questo libro che racconta come la danza macabra di una piccola comunità rurale ungherese, abbandonata dal comunismo e da tutto, viziosa e moralmente abietta, che viene sconvolta dall’arrivo di un nuovo Messia, Irimías, e del suo accompagnatore e sgherro Petrina, dati per morti. 

Con ironia grottesca ma anche un senso molto realistico di una realtà arretrata, Krasznahorkai racconta della vita di un manipolo di abitanti in perenne attesa – e perennemente ubriachi di palinka – e  di questo luogo abbandonato da Dio che seguirà Irimias nell’impresa di raggiungere l’utopica cascina di Almássy. Aspettano ostinati, tenaci, costanti…  in una totalità del tempo come un inganno farsesco nella sfera immobile dell’eternità, dove non c’è redenzione. E dove ogni promessa è un bluff. 

Sicuramente Satantango ci pare il libro adatto per capire le ansie del presente. Di come il populismo possa rappresentare grottescamente la ricerca di nuovi Messia per le masse, Krasznahorkai ci parlava anche nel polifonico Melancolia della resistenza, esordendo in una dimensione solo apparentemente più ludica. 

La città ungherese al centro del romanzo è infatti sorpresa dall’arrivo di un circo la cui principale attrazione è una gigantesca balena imbalsamata. Che senso avrà questa apparizione, e chi potrà lucrare su di essa? Come nel precedente romanzi, infatti, alcune personaggi vorranno coinvolgere le masse di reietti per promettere riscatto o rivoluzioni impossibili o, peggio, pericolose.

Come si legge infatti nel romanzo, la Storia è un palcoscenico grottesco che non pare andare né avanti né indietro: tutta la storia umana si può riassumere in quattro pietose spacconate … replicate da poveri sciocchi, sanguinari paria, in qualche oscuro angolino dietro le quinte di un immenso palcoscenico. Non troppo distante dalla condizione delle masse oggi, stordite da una faticosissima gestione della pandemia, e in cerca di una svolta, non è vero? 

A completare la quadrilogia, un altro romanzo inedito è invece uscito di recente in Italia, si tratta de Il ritorno del barone Wenckheim, Vincitore del National Book Award for Translated Literature 2019. 

Il romanzo presenta due prospettive sincrone e opposte in apparenza: si parla, anche attraverso un uso sapiente del pettagolezzo, del ritorno di Béla Wenckheim da Buenos Aires (dove era fuggito per debiti) nella sua terra, con tutta quella speranza che questo ritorno infonde negli abitanti del villaggio. 

Ma nel romanzo la vicenda del barone si intreccia con quella del Professore, un uomo che ha abbandonato il mondo per un’ascesi complessa di esercizi mentali spirituali e che verrà destato dal proprio rifugio, da un arrivo inaspettato alla sua porta. La staticità e il movimento apparente del mondo contemporaneo viene anche qui sospesa nel tempo, nell’elegante e ossessivo periodare di Krasznahorkai.

Chi volesse proseguire nell’universo del magiaro e avesse l’impazienza di non aspettare la prossima traduzione italiana – che speriamo arrivi presto – si potrebbe consigliare di leggere la bella raccolta di racconti Seiobo là sotto, e per vari motivi. 

In tempi infatti come questi in cui il turismo è totalmente depresso, l’autore ci offre una serie di memorabili ritratti di artisti e personaggi storici (anche italiani, come Filippino Lippi) o inventati, e luoghi di tutto il mondo, da Venezia a Atene, da Perugia al Giappone, legati dalla tematica della possibilità di una nuova meraviglia, in un mondo turistico che pare aver perso ogni senso di sacro e allo stesso tempo cerca di ritrovarlo: nell’atto di creazione come quello di cura nei confronti del bello.

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