Il pane di Subway non è pane


In Irlanda una sentenza stabilisce che il contenuto di zucchero dei prodotti da forno della catena di fast food fa sì che i sandwich non siano “legalmente pane”

Un ristorante Subway (Photo by Carl Court/Getty Images)

C’è pane e pane”, recita una pubblicità di un paio di anni fa. E questa distinzione sembra ora entrata anche nelle aule di tribunale. La Corte suprema irlandese ha stabilito che il pane utilizzato dalla catena di fast food Subway per i suoi panini debba essere soggetto a un’Iva maggiorata al 13,5% perché contiene troppo zucchero per essere considerato “legalmente pane”.

La decisione della Corte riguarda il caso di un ricorso presentato nel 2006 da parte di Bookfinders Ltd, filiale irlandese di Subway, che avrebbe richiesto la possibilità di un’Iva agevolata per alcuni dei prodotti take-away della catena americana, tra cui proprio il pane per i classici sandwich. Fino a qualche giorno fa, però, la questione non era mai approdata all’ultimo grado di giudizio, rinviando continuamente una decisione definitiva.

Secondo la legge irlandese esiste una differenza tra il pane considerato in qualità di “alimento base”, in genere esente da Iva e in cui gli zuccheri e altri grassi non devono superare il 2% del peso della farina, e altri generici prodotti da forno, che invece sono soggetti a imposte diverse.

Nel caso del pane utilizzato dalla catena Subway, ora i giudici dell’alta Corte hanno evidenziato una presenza di zuccheri superiore al 10% rispetto agli altri ingredienti. A tutti gli effetti per i giudici di Dublino quel pane non è pane, ma un dolce. E per questo la sentenza impone un’Iva maggiorata su quel prodotto, respingendo quindi le richieste presentate dall’azienda e dalla sussidiaria irlandese.

Dal canto suo Subway respinge le accuse e difende la freschezza dei suoi prodotti, aggiungendo che la decisione dei giudici sarebbe stata presa sulla base di un regolamento ormai datato e aggiornato nel 2012, come riporta Associated Press.

Etichette di origine

Ma quella della corte irlandese non è l’unica sentenza recente in materia alimentare in Europa. In una sentenza del primo ottobre la Corte di giustizia europea ha precisato che la normativa sull’etichettatura alimentare dell’Unione non preclude ai singoli stati membri la possibilità di imporre l’indicazione dell’origine, ma richiede che questa indicazione sia giustificata solamente in base a un nesso comprovato tra la qualità del prodotto e la provenienza.

Il pronunciamento in questo caso fa seguito al ricorso presentato dall’azienda francese Lactalis che si opponeva all’imposizione del governo francese di indicare in etichetta l’origine del latte anche quando viene usato come ingrediente di preparazione di altri prodotti. E nel frattempo altri paesi, tra cui l’Italia, si sono mossi con direttive nazionali sulle indicazioni di origine. La sentenza della Corte europea va invece nella direzione di armonizzare il più possibile il sistema di etichettatura degli alimenti, così da evitare anche il diffondersi di fenomeni di contraffazione.

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