Padrenostro: il dramma spettrale di Noce sul mistero del rapporto padre-figlio


Un film che è una lettera d’amore spedita dal figlio (il regista stesso) a un padre vittima di un attentato. Favino si aggiudica giustamente la Coppa Volpi con una interpretazione magistrale. Dal 24 settembre in sala

Il cinema è l’arte di evocare i fantasmi. Lo diceva il filosofo francese Jacques Derrida, lo ribadisce, a modo suo, il regista italiano Claudio Noce, dirigendo un’opera pullulante di spettri, memorie collettive e condivisioni (im)possibili. Padrenostro, presentato in anteprima alla 77 Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, è ispirato a una storia vera: l’attentato al padre del regista, il vicequestore Alfonso Noce, da parte dei NAP (Nuclei Armati Proletari) il 14 dicembre 1976. Noce, tuttavia, riesce a firmare un film personale ma privo di personalismi e autocompiacimenti, compiendo una scelta evidente già nel titolo: non un film di denuncia, ma un dramma familiare sul mistero del rapporto con la figura paterna. Viene analizzata da più lati quest’ultima, ma sempre attraverso lo sguardo di un bambino: “nostro” sta ad indicare proprio il destino comune di quei bambini che hanno vissuto con paura una scena politica fatta di attentati e terrorismo. Al di là degli schieramenti politici, i figli delle vittime e quelli dei carnefici hanno condiviso la stessa angoscia nel non sapere se avrebbero mai rivisto il proprio padre dopo averlo salutato.

S’inserisce in questo contesto la figura titanica di Alfonso, simbolo sì dei padri di vecchia generazione, politicamente impegnati e visti dai figli come monumenti spesso inaccessibili, ma anche di un’umanità costantemente minacciata e costretta a vivere con la paura di poter morire ammazzata da un momento all’altro. Siamo negli anni 70, il terrorismo politico è all’ordine del giorno, e Pierfrancesco Favino, che oltre a coprodurre il film interpreta Alfonso, ben restituisce quel senso granitico di dignità assoluta e al contempo di umana vulnerabilità. Il suo non è un eroe senza macchia e senza paura, è un padre come in tanti abbiamo avuto, intento a dare ai figli un’immagine di forza, un modello di condotta ineccepibile, senza però tralasciare la sfera dei sentimenti. Per il piccolo Valerio, interpretato da un magnetico Mattia Geraci, Alfonso è un vero mito. Quando assiste con i suoi occhi all’attentato contro di lui di colpo tutto crolla, in primis la fantasia che i miti siano intoccabili.

L’attentato, girato magistralmente, è il punto di non ritorno. Uno choc destinato a rimanere impresso nella mente di Valerio, che trova affettuoso rifugio nella compagnia di Christian (un bravissimo Francesco Gheghi), più smaliziato e sfrontato di lui. Da qui il film cambia tono, cede il passo a una lieve storia di amicizia estiva, dove il brivido delle prime avventure prova a coprire l’orrore della paura costante. C’è più di un colpo di scena, che non sveleremo, di certo il film sa sorprendere e farsi benvolere. Inutile dire che la Coppa Volpi giustamente assegnata a Favino va condivisa – come lo stesso attore ha dichiarato ritirandola – con tutto il cast del film. Specie quei ragazzi talentuosi capaci di restituire sullo schermo la crisi interiore di una generazione privata dei padri, e della certezza della loro presenza. Nota di merito anche a Barbara Ronchi, che ben interpreta il ruolo non semplice di chi è chiamato ad accompagnare e accudire, trovando sempre una buona parola o un silenzio dorato per tutto, pur di resistere a oltranza.

Quello di Noce è un cinema che si rifiuta di spiegare, salta per fortuna ogni tentazione didascalica e catapulta lo spettatore in un’atmosfera e in una storia di paure condivise, come per permettere un’immedesimazione maggiore con i bambini costretti a viverle loro malgrado. Padrenostro è una lettera d’amore spedita dal figlio al padre e viceversa, un inno alla fantasia dell’infanzia, una denuncia velata a quanti si spartiscono tifoserie politiche ormai antiquate senza pensare al danno enorme provocato in intere famiglie e generazioni di bambini. Bambini che allora si dava per scontato che non sapessero e non si accorgessero, ma che in realtà vedevano tutto. Anche la scena a cui nessun figlio dovrebbe assistere. Per fortuna nel film, come nella vita, si impara a elaborare o, per dirla con Padrenostro, a “respirare con la pancia”.

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