Referendum, cosa succede dopo la vittoria del Sì


Gli italiani hanno detto Sì al taglio dei parlamentari. Cosa cambierà adesso per Camera e Senato, dal ritorno al proporzionale alle stime di risparmio in mancati stipendi parlamentari

La vittoria schiacciante del Sì al referendum confermativo sulla riforma costituzionale di ieri lascia aperti diversi interrogativi, sia dal punto di vista degli assetti politici che per quanto riguarda il futuro delle istituzioni repubblicane. Gli italiani approvano con largo trasporto – e una distribuzione territoriale piuttosto uniforme – l’idea di tagliare di un terzo il numero dei parlamentari, e questo si traduce in un Luigi Di Maio che celebra in televisione la missione compiuta dal Movimento 5 stelle. Il partito di Di Maio tuttavia si ritrova al di sotto del 10 per cento quasi ovunque, e in crisi di identità e di ossigeno a due anni e mezzo dall’entrata a Montecitorio con il 32 per cento dei voti e aver governato sia col Pd che con la Lega.

Ma il successo del Sì è forse, ancora di più, una vittoria del segretario del Pd, Nicola Zingaretti, che per fortuna o merito riesce strappare un pareggio 3-3 alle Regionali che ha quasi del miracoloso, vedendo le premesse e i sondaggi delle settimane scorse. La strategia dell’opossum – vale a dire stare orientare il suo partito per il taglio e poi stare il più in sordina possibile, evitare slogan roboanti e lasciare che gli avversari e persino gli alleati si accapigliassero e autoeliminassero tra loro – si è dimostrata vincente, e lo status quo è stato preservato: la maggioranza si consoliderà perché il M5s ha sempre meno interesse a tornare al voto, Renzi si è indebolito, all’opposizione Meloni non ha incalzato troppo Salvini e l’asse giallorosso andrà avanti, giocandosi le sue carte col Recovery Fund e forse i 37 miliardi di prestiti del Mes.

Ok, ma cosa cambia subito?

Queste sono le letture politiche del voto. Quali saranno le ripercussioni dirette del voto sul sistema di elezione e sul funzionamento delle due Camere? Nella storia della Repubblica Italiana questo sul taglio dei parlamentari è stato il quarto referendum confermativo di sempre. Dopo l’approvazione definitiva della riforma in data 8 ottobre 2019, il ricorso alla consultazione è stata reso necessario dopo la richiesta da parte di 71 senatori.

Nel dettaglio la riforma prevede il taglio di 345 parlamentari, a partire dalla prossima legislatura, così distribuito: 115 senatori e 230 deputati in meno, con il Senato che così passerà a 200 seggi elettivi e la Camera a 400. Secondo il Movimento 5 stelle questo comporterebbe un risparmio calcolato a 100 milioni l’anno, anche se per Carlo Cottarelli e il suo centro studi il saldo reale sarà di 57 milioni, perché bisogna considerare lo stipendio netto e non quello lordo dei parlamentari mancanti.

Un effetto immediato con la vittoria del Sì dovrà esserci per quel che riguarda la legge elettorale. Passare da 945 deputati a 600 impatterebbe intanto sull’attuale legge elettorale, il Rosatellum, che prevede un 37 percento circa di collegi uninominali (il resto è un proporzionale con liste bloccate e sbarramento al tre per cento), che seguendo il referendum aumenterebbero considerevolmente di dimensione. Con due effetti negativi per la rappresentanza, secondo i sostenitori del No: una relazione indebolita tra l’eletto e il territorio e l’aumento dei costi della campagna elettorale. Ed è questo uno dei motivi addotti dai fautori del ritorno al proporzionale puro.

Il Rosatellum dovrà allora essere modificato con una sforbiciata, in modo da ridisegnare anche i collegi elettorali. L’intenzione del governo sembrerebbe però essere quella di realizzare una legge elettorale nuova di zecca prima di Natale. Il Pd e il M5s potrebbero procedere con alcuni ritocchi costituzionali, che hanno già cominciato a muovere i primi passi in Parlamento. La scelta di un sistema proporzionale come quello sostenuto da Pd e M5s, che prevede la soglia di sbarramento al cinque percento, trova però la forte perplessità degli alleati di governo Italia Viva e Leu, che ritengono la soglia troppo alta, nonché la decisa opposizione della Lega di Salvini, che spera di fare l’en plein alle prossime elezioni.

Il ritorno del proporzionale sarebbe indubbiamente una scelta soprattutto politica, non dettata da ragioni tecniche derivanti dal taglio del numero dei parlamentari. Può darsi che nelle prossime settimane si possa trovare un compromesso nella maggioranza su una soglia più bassa, ma il quadro politico resta ancora troppo incerto per capire quali effetti il referendum avrà sul voto del 2023.

Al di là del problema dei collegi uninominali e della riforma elettorale, comunque, l’altro effetto importante della diminuzione dei parlamentari è la riduzione della rappresentanza nelle regioni medie e piccole del Senato: fino a oggi, in base alla Carta del 1948, ogni regione – ad eccezione di Molise e Valle D’Aosta – doveva votare per almeno sette senatori. Ora quel sette potrebbe diventare tre in regioni come la Basilicata, a vantaggio delle più popolose. Il risultato, tanto per cambiare, potrebbe essere l’emersione di ulteriori spinte localiste e risentimenti anti-politici nella piccola Italia provinciale, che pure ha avuto un ruolo importante nel dare questa mazzata alla casta romana, o presunta tale.

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