Vita su Venere? Tutte le volte che abbiamo pensato di aver trovato gli alieni


Dopo le notizie da Venere facciamo il punto sulle troppe volte che ci siamo illusi di aver trovato vita extraterrestre, intelligente o meno

Nel 1996 questa immagine di un presunto batterio fossile marziano ha fatto il giro del mondo (foto: Encyclopaedia Britannica)

Nell’atmosfera del pianeta Venere c’è un composto chiamato fosfina. Di questo gli autori di una ricerca pubblicata su Nature Astronomy sono sicuri, o quasi. Il motivo della cautela è che distinguere un composto in concentrazioni dell’ordine di parti per miliardo con i radiotelescopio è una faccenda delicata. Anche se gli autori sono convinti del segnale, sanno che scoperta deve essere confermata.

Se è fosfina, da dove viene? Questo, si sa, è il motivo per cui tutti i giornali del mondo hanno parlato della ricerca: potrebbe essere stata prodotta da microbi? Gli autori hanno approfondito questa ipotesi in altri lavori, ma di nuovo raccomandano cautela. L’ipotesi biologica è presa in considerazione per analogia: sulla Terra sappiamo che alcuni batteri producono questo gas. La fosfina può essere prodotta anche in maniera non biologica, ma per quello che sappiamo ora della chimica di Venere non dovrebbe accadere.

Il planetologo Carl Sagan, che aveva speculato sulla possibilità di vita microbica su Venere, ripeteva che per affermazioni straordinarie servono prove straordinarie. Al momento non ci sono, come riconoscono gli stessi autori. La scoperta è eccitante, perché fino a questo momento il protagonista dell’astrobiologia nel sistema solare era stato Marte, ma dobbiamo accettare che quella fosfina potrebbe essere prodotta senza l’intervento della vita.

1996: Clinton annuncia i fossili marziani

Un corollario dell’adagio usato da Sagan potrebbe essere: affermazioni straordinarie creano aspettative straordinarie. Visto che la vita extraterrestre sarebbe la scoperta del secolo, se non del millennio, è abbastanza comprensibile. E infatti anche per Venere, nonostante le cautele delle pubblicazioni, l’embargo della notizia non è stato rispettato. Quello che è accaduto in questi anni però dovrebbe averci insegnato qualcosa. L’astrobiologia rimane un campo di indagine assolutamente rispettabile, ma alla comunicazione di ogni scoperta si rischia di gridare invano al lupo.

Il 7 agosto 1996 l’allora presidente Bill Clinton convocò una conferenza stampa per celebrare la notizia data il giorno prima dalla Nasa. Nel frammento di meteorite marziano Allan Hills 84001, precipitato sulla terra 13.000 anni fa, si vedevano al microscopio strutture allungate: forse erano tracce fossili di nanobatteri. Una famosa foto al microscopio a scansione popolò i telegiornali: chiunque poteva vedere i resti di quello che sembrava un piccolissimo marziano.

Certo, sia Clinton che la pubblicazione su Science non si azzardavano a dire che avevamo la prova dell’esistenza di Et. Ma con tanta eccitazione la realtà arrivò come una doccia fredda. La maggior parte degli scienziati rifiutò l’ipotesi biologica marziana, offrendo molte prove di come strutture simili potevano formarsi senza la vita, o di come il meteorite potesse essere stato contaminato da batteri terrestri. Quando si cerca Et, non è possibile separare la vita dalla non-vita solo su criteri morfologici, come in questo caso. Dan Brown si ispirò a questa storia per il suo romanzo La verità del ghiacchio (2001). Nel libro la Nasa dice di aver trovato un meteorite, questa volta con fossili inequivocabili di animali, ma (spoiler) è un inganno per rilanciare l’immagine dell’agenzia e del presidente uscente.

2010: La saga dei batteri all’arsenico

Per trovare un altro grande annuncio, sempre targato Nasa, bisogna attendere il 2 dicembre 2010, quando l’agenzia convocò una conferenza stampa su “una scoperta di astrobiologia che condizionerà la ricerca di vita extraterrestre”. Chi si aspettava gli alieni è stato deluso, però bisogna ammettere che ci si andava vicino. La microbiologa Felisa-Wolfe Simon e il suo team avevano scoperto nel lago salato Mono (California) un batterio estremofilo molto particolare. Quando il fosforo scarseggiava nell’ambiente, poteva sostituirlo con l’arsenico per fabbricare proteine e Dna.

Se sulla Terra un microrganismo poteva adattarsi in questo modo, allora dovevamo anche allargare gli orizzonti della ricerca di vita extraterrestre. La ricerca, finanziata anche dal programma di astrobiologia della Nasa, fu pubblicata su Science. Ma la gloria è stata brevissima, perché da subito la comunità dei microbiologi cominciò a criticare il lavoro. Anche qui, mancavano le prove straordinarie di Sagan: i dati presentati dalla dottoressa Wolfe-Simon non erano sufficienti.

Nel 2012 la storia dei batteri all’arsenico venne definitivamente demolita da pubblicazioni successive. La microbiologa Rosemary Redfield in particolare ripeté l’esperimento documentandolo sul suo blog, prima di pubblicare a sua volta: non c’era arsenico nel Dna di quei batteri. Oggi il lavoro di Felisa Wolfe-Simon sulla vita all’arsenico è considerato a tutti gli effetti screditato, ma la ricercatrice non ha mai ammesso gli errori, e la pubblicazione non è mai stata ritirata.

2011: di nuovo i batteri nel meteorite

Come se non bastassero errori di comunicazione e ricerche forse un po’ frettolose, a volte ci illudono anche alcuni scienziati indipendenti. Nel 2011 vi abbiamo raccontato su Wired la buffa storia di Richard D. Hoover, che aveva lavorato per la Nasa ed era andato a raccontare alla stampa che i meteoriti raccolti nel mondo pullulavano di tracce di microbi alieni.

La notizia era buona per Fox news, ma non generò alcuna controversia scientifica: gli scienziati hanno subito specificato che si stava parlando del nulla. Hoover ha pubblicato i risultati su un semplice sito che si spaccia come rivista scientifica, Journal of Cosmology. È addirittura al di sotto degli standard dei normali editori predatori, visto che gli articoli sono addirittura sprovvisti del codice identificativo doi. In compenso è economico: con meno di 200 dollari si può vedere la propria ricerca pubblicata.

È chiaro che Hoover, pur avendo lavorato alla Nasa, ha imparato poco dall’esperienza del 1996. Anche il suo lavoro, sebbene in una forma molto più rozza, si concentrava sulle morfologie rilevate al microscopio elettronico. Ma non basta accostare le foto dei presunti fossili alieni a quelle (superficialmente) simili microrganismi moderni per gridare alla scoperta.

2015: la megastruttura aliena

Scoprire i batteri su Venere sarebbe bello, ma sarebbe ancor più eccitante trovare trovare vita extraterrestre intelligente. Anche in questo caso non sono mancati i falsi allarmi. Il telescopio Kepler, che dava la caccia agli esopianeti, aveva studiato la stella di Tabby nella costellazione del Cigno scoprendo qualcosa di inaspettato. La luminosità della stella cambiava in modo irregolare. Che cosa lo causava? Forse era colpa di polveri, o di uno sciame di comete, che passando davanti alla stella la attenuavano. O era la stella stessa che per qualche motivo emetteva meno luce, senza che nulla ci passasse davanti.

In assenza di una spiegazione totalmente definitiva, spuntò nella comunità astronomica un’altra ipotesi. Forse intorno alla stella c’era una megastruttura artificiale: la cosiddetta sfera di Dyson. Una civiltà abbastanza avanzata potrebbe aver costruito intorno alla stella un apparato in grado di catturarne l’energia. Sarebbero le componenti della struttura a schermare la luce.

Anche gli scienziati del progetto Seti (Search for Extra-Terrestrial Intelligence) si misero subito al lavoro. Era da tempo che non c’era un’opportunità così eccitante. Ma, come al solito, prima le prove. Purtroppo dalla stella non sono mai stati captati segnali radio di origine artificiale. E nessuno degli studi successivi ha mai confermato l’ipotesi, dichiaratamente speculativa, della sfera di Dyson. Le spiegazioni più probabili erano e rimangono quelle di origine naturale.

2018: ‘Oumuamua

L’asteroide interstellare ‘Oumuamua è davvero uno strano oggetto, anche perché è stato il primo del suo genere. Gli scienziati non hanno nemmeno avuto molto tempo per osservarlo. Scoperto il 17 ottobre 2017, stava già lasciando il nostro sistema solare. Come ogni cosa nuova e con dati limitati, non tutto era immediatamente spiegabile. Di certo la sua forma così bizzarra (una specie di sigaro) poteva accendere la fantasia degli appassionati di fantascienza. Nel capolavoro di Arthur Clarke Incontro con Rama (1972) gli umani scoprono un’enorme astronave cilindrica.

Ma anche qualche scienziato ha viaggiato un po’ di immaginazione. Avi Loeb, rispettato fisico collaboratore del Breakthrough Starshot, suggerì immediatamente di cercare eventuali segnali radio provenienti dall’oggetto. Ma per il Seti e il Breakthrough Listen tutto taceva.    Nel 2018 invece Loeb pubblicò un paper che fece il giro del mondo: e se le strane accelerazioni dell’oggetto dipendessero dal fatto che era una vela solare? Forse si trattava di una sonda.

Anche in questo caso la comunità scientifica ha risposto in modo netto. Dopo il Dio tappabuchi, ci mancava solo l’alieno tappabuchi. Inutile fantasticare sull’ipotesi in assoluto meno probabile, e con prove così scarse. A oggi però Loeb è ancora convinto, contro il consenso scientifico, che non si possa escludere l’origine artificiale di ‘Oumuamua.

La ricerca della vita extraterrestre intanto continua, dentro e fuori dal sistema solare.

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