Dopo il Recovery Fund la scommessa di Von Der Leyen si chiama Dublino


In un tempo di crisi sistemica senza precedenti, una parola chiave di fondo emerge dal primo discorso sullo Stato dell’Unione: responsabilità. Anche quella di non lasciar affogare un modello di società

(Foto: Nicolas Economou/NurPhoto via Getty Images)

Il controverso principio del primo approdo previsto dal regolamento di Dublino III ha tenuto ancorate – per non dire: prigioniere – in Italia, in attesa dell’esito della lunga procedura per la richiesta d’asilo e spesso in condizioni pietose, migliaia di persone che avrebbero potuto o voluto spostarsi altrove trovando parenti, conoscenti o migliore accoglienza. Non solo: ha condannato i paesi in prima linea ad accollarsi le criticità della gestione mentre il resto d’Europa è rimasto per vent’anni a guardare. O poco più. Un primo passo per alleggerire il sistema è avvenuto esattamente un anno fa, con l’accordo di Malta che tuttavia ha mostrato i suoi limiti in quanto patto volontaristico di redistribuzione fra pochi paesi europei. Non bastava, non basta e soprattutto non superava quelle regole, nate a loro volta dall’evoluzione della Convenzione di Dublino del 1997, che gli Stati membri tentano da anni di riformare, incartandosi su una bozza dietro l’altra.

Non ci è riuscito chi diceva di volerle cambiare senza mai partecipare a nessun negoziato. Non ci sono riusciti gli accordicchi sottoscritti negli anni, il fallimentare piano Juncker per ricollocare 120mila persone e neppure lo slancio solidale della Germania dal 2015 in poi, il celebre “Wir schaffen das”, “ce la possiamo fare” della cancelliera Angela Merkel che accolse milioni di persone. La “disunione europea”, in questo senso, è assoluta. Anche se qualcosa finalmente si muove. E quello di Ursula von der Leyen potrebbe senz’altro passare alla storia come il mandato alla presidenza della Commissione più traumatico e al contempo più efficace di sempre. Specie se avrà il coraggio di collegare il bilancio comunitario e il Recovery Fund all’archiviazione di Dublino. E alla sua sostituzione con un meccanismo più solidale: “Salvare vite in mare non è un optional e i paesi più esposti ai flussi devono poter contare sugli altri”.

Una prima bozza d’intesa arriverà sul tavolo dei partner europei la prossima settimana. Ma alle buone intenzioni della presidente della commissione si frappone subito una serie di ostacoli, degli inquietanti déjà vu che, con ogni probabilità e senza un sistema premiale e di penalità molto stretto, saranno destinati a prendere di nuovo vita come i fantasmi degli anni Dieci del XXI secolo. Su tutti quello dei destinatari dell’accoglienza e dell’immediata redistribuzione: non solo i migranti che hanno i requisiti per richiedere asilo politico o la nuova protezione umanitaria ma anche quelli che un’etichetta piuttosto fredda vengono definiti “economici”. Sono l’80% di chi sbarca o arriva in Italia e non prendersene cura significa, semplicemente, evitare il cuore del fenomeno.

Secondo punto, occorre avviare un network di corridoi umanitari seri e frequenti per i rifugiati così come per chi ha una comprovata opportunità d’impiego o ricongiungimento familiare. Infine, e anche su questo ci siamo già scontrati a lungo senza soluzione, la volontarietà: serve un meccanismo in cui ogni governo “ci guadagni” in modi differenti, o al contrario se insiste rischi davvero grosso, pur di partecipare in modo attivo al meccanismo. L’epoca in cui il blocco di Visegrad si tirava fuori dalla partita è terminata. Eppure c’è da scommettere che dopo lo stanziamento monstre per il Fondo per il rilancio, Vienna e gli altri saranno ancora più ostici su questi punti.

La sostanza politica al Recovery Fund, che deve finire in tecnologia, sanità e ambiente con percentuali precise (il 20% per il digitale o il 37% per il Green Deal). Gli obiettivi di riduzione delle emissioni, alzate al 55% entro il 2030, quello di costruire un’Unione anche della salute, con un organismo di coordinamento forte. Ancora, il superamento di Dublino per occuparsi meglio, senza fiaccare pochi paesi, dei due milioni di persone che ogni anno arrivano nel Vecchio continente. Senza contare il multilateralismo, le posizioni forti (anche se spesso spuntate) sulla Turchia che minaccia un paese membro, sulla Bielorussia, sulla Russia e sulla Cina.

In un tempo di crisi sistemica senza precedenti, sembra di leggere una parola-chiave di fondo dietro il primo discorso sullo Stato dell’Unione: la responsabilità. Anche quella di non lasciar affogare un modello diverso di società, mai tanto distante dagli Stati Uniti di Donald Trump che hanno perso, e voluto perdere, la leadership planetaria.

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