Chi è Chloé Zhao, la rivelazione del Leone d’Oro Nomadland adocchiata dalla Marvel


Nata in Cina, educata in America, esplosa in Europa (a Cannes), viene consacrata questa sera a Venezia con il premio più ambito e sfiderà il botteghino con Gli eterni. Se il presente e il futuro del cinema è donna, Chloé Zhao è il suo alfiere

Mentre Stati Uniti e Cina si fanno la guerra su tutto, Chloé Zhao è diventata il ponte più grande tra questi due paesi, e ancora di più lo sarà tra qualche mese. È una regista nata e cresciuta a Pechino, cinese al 100%, che ha studiato in America e lì è diventata regista di successo. Dopo tre film indipendenti, è stata presa dalla Marvel per il prossimo lavoro (Gli eterni, già finito di girare e per l’appunto in uscita a Febbraio 2021). Intanto, come se niente fosse, questa sera ha vinto il Leone d’oro a Venezia con il terzo di quei titoli indie: Nomadland. Tutto centrato su Frances McDormand, è la consacrazione intellettuale prima di quella commerciale che arriverà con la Marvel, per quella che forse è la prima cineasta sinoamericana di livello mondiale. Tutto in cinque anni. Non male.

Chloé Zhao (Foto: Amy Sussman/Getty Images)

Lei in realtà non si chiama Chloé, è il nome d’arte, bensì Ting Zhao (o meglio Zhao Ting, in Cina si mette sempre prima il cognome e poi il nome). Ed è la cineasta perfetta per questo momento storico in cui anche l’Academy impone standard e regole d’inclusività per le nomination a Miglior film. Nomadland, infatti, con questa investitura arriverà agli Oscar senza i preliminari, e lì giocherà la sua partita questa regista dal passaporto e dall’apparenza perfetti per lavare le coscienze delle produzioni, ma anche con capacità fuori da ogni media. Il suo primo film Songs My Brother Taught Me si fece notare nonostante il tema difficile: la relazione tra fratello e sorella Sioux oggi, con loro nei panni di loro stessi, difficile capire se documentario o finzione. Subito preso dal Sundance e poi a Cannes, cioè America e Europa.

Dal film Nomadland

Ma è The Rider, il successivo, che la trasforma in una festival sensation. Il grande pubblico non sa ancora chi sia Chloé, ma nel settore non si parla che di lei e della sua storia di un cowboy moderno (di nuovo interpretato da un cowboy vero) che non può più fare rodeo e cerca un nuovo senso assieme al proprio cavallo. Una bomba di uso degli spazi, scavo nei personaggi, montaggio, stile e visione. Non è ancora cinema commerciale nel senso vero senso del termine, però chiunque dalla critica ai produttori nota l’opera nel mare di film di Cannes. Addirittura anche la Marvel se ne accorge: assetata si di cineasti corretti, ma anche bisognosa di mani solide.

Intanto, dopo The Rider, Chloé Zhao vede aprirsi molte porte, può scegliere chi vuole per il prossimo lavoro, finalmente un attore veroFrances McDormand, moglie di uno dei fratelli Coen e attrice in tanti dei loro film (tra cui Fargo). Il progetto è proprio Nomadland, una storia tutta su di lei, fondata su una prestazione eccezionale. La trama: una donna che ha perso il marito decide di diventare nomade e battere gli Stati Uniti in un van tutto acchittato come una casa, incontrando così altri come lei in raduni e preferendo una vita completamente diversa, dove i vasti spazi americani, le badlands che non sono più solo nel West, fossero la sua vera dimora.

Frances McDormand in Nomadland

Questo Leone d’Oro, assegnato da una giuria presieduta da Cate Blanchett a una cineasta in un concorso in cui la metà dei film era diretto da donne, fa sì che una cinese spieghi agli americani il rapporto che loro hanno con i grandi spazi. Ce ne vuole! Tutto sembra perfetto. Perché non c’è titolo migliore di Nomadland per essere il simbolo del cinema femminile, che non solo racconta una donna, cosa che può fare chiunque, ma racconta luoghi che generalmente associamo agli uomini (per l’appunto deserti e ambienti da West) battuti e metaforicamente conquistati a modo proprio da chi uomo non è. La metafora di una donna che si appropria dei paesaggi cinematografici per eccellenza, quelli del western, in realtà ci racconta la storia delle donne che si prendono il cinema.

Che è poi il cinema del miglior festival, quello che ci apre a dimensioni di vita sconosciute (chi immaginava che ci fossero comunità di nomadi fiere di essere tali, che vivono in van e fanno convegni e raduni!), quello che mostra ciò che il cinema commerciale non racconta mai, cioè persone dai corpi sformati, facce marginali e poco hollywoodiane, luoghi per nulla attraenti, stili di vita alternativi, storie affatto concilianti. E quello che lo fa usando gli strumenti del mezzo con una padronanza e una capacità di esporre idee originali invidiabile. È la forza della novità. Poi, come sempre con il tempo, queste novità, queste piccole rivoluzioni verranno levigate, masticate e inglobate proprio da quel cinema commerciale. Del resto, ci sono voluti dieci anni perché l’uso della videocamera digitale a mano inventata da Lars Von Trier e poi in Festen entrasse in un film hollywoodiano. Ora sta ovunque. Anche la rivoluzione di Chloé Zhao arriverà.

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