Abbiamo chiesto al rettore dell’università del Molise cosa farà dopo il caso Gervasoni


Dopo le frasi sessiste rivolte dal docente alla politica Elly Schlein, il Senato accademico dell’ateneo ha avviato un procedimento formale. Wired ha chiesto al rettore Luca Brunese cosa succede ora

Il Senato accademico dell’università del Molise ha votato all’unanimità per rimettere nelle mani della commissione etica il destino professionale di Marco Gervasoni, il docente ordinario di storia contemporanea che il 6 settembre aveva pubblicato su Twitter la copertina del settimanale L’Espresso dedicata alla vicepresidente della Regione Emilia-Romagna Elly Schlein, accompagnata dal commento “Ma che è, n’omo?”. 

La presa di posizione rappresenta il primo atto formale dell’università molisana nei confronti di Gervasoni, che già a luglio 2019 era finito al centro delle polemiche per aver twittato la frase “Ha ragione Giorgia Meloni, la Sea-Watch va affondata. Quindi Sea-Watch bum bum, a meno che non si trovi un mezzo meno rumoroso”. In quel caso Gervasoni aveva denunciato una presunta “epurazionesubita dalla Luiss, università privata per la quale svolgeva il ruolo di professore a contratto di Storia comparata dei sistemi politici: si era trattato in realtà di un semplice contratto non rinnovato, senza che l’università romana abbia fatto alcun diretto riferimento al tweet incriminato.

Il rettore dell’università del Molise Luca Brunese (foto: Università del Molise)

Adesso tocca all’università del Molise, a 72 ore di distanza dal blando comunicato con cui l’ente accademico aveva specificato di non identificarsi “nelle posizioni politiche o nelle opinioni dei singoli docenti” pur garantendo a tutti la libertà di insegnamento” nei limiti dei valori costituzionali. Il rinvio alla commissione etica sotto questo punto di vista rappresenta un segnale e per commentarlo Wired ha raggiunto telefonicamente Luca Brunese, rettore dell’università molisana.

Brunese, qual è la posizione dell’ateneo sul caso Gervasoni?

“La questione va ben oltre Gervasoni e ha a che fare con l’uso che si fa dei social network e delle ricadute che questo utilizzo ha sulle istituzioni pubbliche. Sotto questo punto di vista il legislatore non ci aiuta: l’ultima circolare è di dieci anni fa, e naturalmente non menziona i social network. Non è ben chiaro dove finisca la sfera privata e dove inizi quella pubblica, per questo oggi come università abbiamo dato mandato al rettore vicario Guido Gili (presidente della società scientifica Sociologia, cultura, comunicazione, ndr) di integrare il codice etico con una parte che riguarda l’utilizzo dei social network. Tralasciando i contenuti, in questa vicenda c’è anche un problema di come interpretarla a livello giuridico”.

Lacune legislative a parte, in ballo c’è l’immagine della sua università. 

“Io da rettore devo pormi il problema di quanto tutto questo impatta sull’ateneo e per questo ho prontamente telefonato alla vicepresidente della Regione Emilia-Romagna, una persona intelligente ed equilibrata che mi ha subito detto che non avrebbe risposto a questa provocazione. Come ateneo dobbiamo valutare le violazioni del codice etico e il Senato accademico ha deliberato che ci sono gli elementi per affidare la questione alla commissione etica, che entro quindici giorni esprimerà un giudizio. Da rettore devo pensare alle procedure e alle istituzioni”.

Procedure e istituzioni, ma ci sono anche gli studenti. Vi siete posti il problema di come si sentirà una studentessa che dovrà essere giudicata da Gervasoni, dopo quell’uscita sessista? 

“Innanzitutto vorrei specificare che nella commissione etica ci sarà una studentessa donna, questo mi sembra un aspetto molto importante. Io ho trovato molto spiacevole che il nome del mio ateneo circolasse sui giornali in relazione a questa vicenda, soprattutto nel pieno della campagna di immatricolazione. In questo senso il rinvio alla commissione etica non è una questione solo formale, ma serve a tutelare gli studenti e tutte le persone che lavorano nell’università. Gervasoni in aula non esce mai fuori dalle righe, ma capisco che gli studenti possano avere problemi a interfacciarsi con questo professore e a loro dobbiamo delle risposte”. 

Gervasoni è noto per le sue affermazioni violente, in passato aveva dichiarato di voler affondare una nave carica di migranti. L’università, come istituzione e punto di riferimento del mondo culturale, ha il dovere di prendere posizione su questi temi o considera lecite le opinioni del suo docente?

“Anche gli argomenti più sgradevoli devono essere argomento di dibattito, non credo che ci sia qualcosa di cui non si possa discutere in università. Ma bisogna capire quando un professore smette di essere professore e torna privato cittadino: se faccio delle affermazioni gravi, ma le faccio nel mio condominio, questo incide su quello che rappresento come professore? È un confine molto labile. Oggi come università del Molise siamo al centro dell’attenzione perché il commento era su un argomento molto particolare, in un momento molto particolare. Ma se vediamo quello che scrivono su Facebook i professori universitari degli altri atenei, sai quanti dovrebbero essere rinviati alla commissione etica?” 

Allora dove dovrebbe finire il professore e iniziare l’uomo, nella sua opinione?

“Io vorrei che lo stabilisse qualcuno, che lo dicesse un ministero con un atto pubblico. Se è un confine che pone ognuno di noi, questo diventa arbitrario. Dal mio punto di vista ogni atto di un professore non è privato, ma la mia resta un’opinione personale senza alcun valore. Però nel mio ruolo di rettore chiederò al ministero regole certe, altrimenti il singolo ente resta schiacciato. La nostra decisione di rinviare Gervasoni costituisce un precedente non di poco conto”.

Crede il dibattito pubblico su Gervasoni sia stato esagerato?

“Non saprei esprimere un giudizio, di certo ha affrontato temi molto delicati. Il clamore non è stato generato tanto dalle affermazioni, quanto dai temi che sono stati toccati. Sono temi importanti e questo è un momento delicato, nell’affrontarli andrebbe fatta molta attenzione”.

Gervasoni denuncia di essere stato “epurato” dalla Luiss: in questo senso la sua università è stata più timida?

“Gervasoni non è un professore della Luiss, ha avuto un semplice contratto di insegnamento che viene rinnovato di anno in anno e solo nel caso quell’università ha interesse a farlo, altrimenti decade automaticamente. L’università del Molise è un’università pubblica e il professor Gervasoni è vincitore di un concorso, è stato giudicato da cinque professori della sua materia provenienti da tutta Italia che lo hanno ritenuto adatto a occupare la cattedra di una università. Prima di prendere qualsiasi decisione su Gervasoni l’università pubblica deve seguire un iter, che assicura una valutazione più ampia e completa”.

Cosa direbbe a uno studente che vuole iscriversi all’università del Molise, ma che ha paura di imbattersi in un docente noto per le sue uscite violente e sessiste?

“Gli direi che abbiamo dimostrato grande attenzione sulla questione, inserendo nell’ordine del giorno del Senato accademico un punto specifico sull’argomento e rinviando la decisione alla commissione etica. Non è una cosa banale, tutte le università hanno docenti che si esprimono come Gervasoni, la maggior parte di loro non subisce procedimenti. Fino a quando sarò rettore dell’università del Molise, questa attenzione per le paure degli studenti ci sarà sempre”.

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