Frederick Wiseman è il più grande documentarista di cui non sai niente


Da 60 anni (ne ha 90) realizza documentari di una perfezione inarrivabile. E, come Norman Rockwell, racconta l’America ideale che è sempre lì a un passo dall’accadere. Eppure, resta il nome da scoprire

La quintessenza dello spirito americano, per come gli stessi americani amano raccontarlo sul grande e piccolo schermo, quello delle maniche rimboccate, della grande organizzazione e delle soluzioni ai problemi che possono sempre essere trovate tramite la dedizione, non sta nei film di finzione, nemmeno nel cinema dell’american way of life degli anni ’40 e ’50 o in quello reaganiano esaltato degli ’80. Sta nei documentari di Frederick Wiseman, uno dei pochissimi appartenenti al ristretto club dei registi che ricevono un applauso fragoroso nelle sale di tutti i festival del mondo a proiezione iniziata, al solo comparire del nome. A questo ci si arriva con una carriera intera clamorosa e con una capacità invidiabile di conquistare chiunque.

Eppure, Frederick Wiseman non è noto. Per intenderci, non è Michael Moore, non è una docu-starresta il nome da scoprire, il genio (ormai 90enne! Anche se filma come un ragazzino), la cui storia e le cui opere si fatica a credere che non siano famose. Da una vita marcia sul passo di un film ogni uno/due anni, nel tentativo esagerato di raccontare tutto il mondo (soprattutto americano), città per città, palazzo per palazzo, istituzione per istituzione. I lavori di Wiseman non hanno titoli accattivanti (e questa spartana semplicità è parte del loro fascino asciutto e schietto): National Gallery, Public Housing, Zoo, Boxing Gym, At Berkley, Aspen, Central Park… E ogni volta raccontano questi luoghi tramite le persone che ci lavorano o li abitano e sono impegnati nel loro funzionamento, chi insomma li rende quel che sono.

Non esiste festival che voglia un suo documentario e quello di quest’anno, City Hall, se l’è aggiudicato la Mostra del Cinema di Venezia. Come dice il titolo, racconta il municipio di Boston in ogni sua attività e funzione, tutto quello che accade e quello che si fa, dalle stanze più umili, dagli inservienti più satellitari fino al primo cittadino. Dura quattro ore e mezza, tempo una volta spaventoso ma oggi, dopo le otto ore di The Last Dance e le durate pazzesche dei documentari in streaming, non spaventa più nessuno. Specialmente perché sono quattro ore e mezza che si bevono senza problemi, passando di stanza in stanza, di ufficio in ufficio, di discorso in discorso.

Inutile stare a elencare che cosa si vede (dai reduci di guerra a una riunione organizzata dal municipio, i festeggiamenti per i Boston Red Sox che hanno vinto il campionato, un matrimonio gay officiato, la discussione del consiglio per una maggiore inclusività, polemiche per la situazione degli appartamenti, gli ufficiali che vanno a controllare lo stato delle case pericolanti, la nettezza urbana, etc…): il punto è come lo si vede. Frederick Wiseman riprende esseri umani che conversano e taglia e monta e sceglie quelle conversazioni per farle scorrere lisce, e ancora di più per concentrarsi su problemi e soluzioni. Sembra il massimo del realistico, sembra che abbia acceso la videocamera, l’abbia puntata e se ne sia andato e invece è proprio l’opposto: è il massimo del lavoro cinematografico.

I documentari così apparentemente semplici ed essenziali sono anche il massimo della sofisticazione. Del resto, ci vuole il massimo del lavoro e della conoscenza (Wiseman produce a questo ritmo dagli anni ‘60) per raggiungere il massimo della semplicità. Perciò il pubblico dei festival lo ama senza remore e applaude già solo al suo nome. Lui ricambia raccontando il mondo tramite i suoi occhi, che poi è un mondo ideale. La sua è l’America delle illustrazioni di Norman Rockwell, quella in cui tutti cercano di essere inclusivi, tutti sono tolleranti, tutti vogliono il bene di chiunque. Si tratta di situazioni e discorsi veri, mai scritti, ma assemblati per rendere la Terra la sua miglior versione possibile. Non è patriottismo, non c’è un filo di retorica. È amore per gli esseri umani che esprimono la parte migliore di sé.

È così reale, e quindi vicino e accessibile, quel mondo in cui tutto funziona e tutto è finalizzato ad aiutare, educare, migliorare la società, che è facile desiderare di vivere nei suoi film. E Wiseman ci dice sempre che è la nostra realtà, solo filtrata. Guardare i suoi documentari fatti di piccoli uomini e donne che paiono ingranaggi di una macchina, significa osservare l’esempio migliore del socialismo (in America poi!), perché chiunque sembra impegnato ad aiutare chi fa più fatica, chi ha meno, chi è rimasto indietro in modo che stia allo stesso passo degli altri. Si desidera essere parte di quella massa, ingranaggio tra gli ingranaggi, fiero di far scorrere una macchina giusta ed equa.

Il mondo, in verità, non è giusto né tantomeno equo, lo sappiamo, e addirittura anche i politici in questo film sembrano le persone straordinarie. Ma possiamo essere così e di certo lo siamo per quattro ore e mezza in City Hall. I documentari di Wiseman mostrano come noi siamo migliori ogni tanto e facciamo qualcosa di utile. Questo cineasta, che probabilmente dopo la morte diventerà una vera istituzione americana come quelle che ha ripreso per l’intera vita, rimane ancora una chicca da festival (ma Ex libris, che racconta la public library di New York è stato distribuito in sala in Italia). Quando avrà la fama che merita, sapremo dove andare a guardare per capire gli Stati Uniti dei nostri anni, come potevamo essere e forse possiamo ancora diventare.

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