Da Craxi al bullismo sui social: storia di Marco Gervasoni, professore piccolo piccolo


L’offesa a Schlein è l’ultimo atto di una carriera che sembra una corsa a spararla sempre più grossa, raschiando il fondo con bestialità sempre peggiori. Eppure l’accademico negli anni ha fatto di Chateaubriand, Craxi e persino Gobetti i suoi simboli

di Luca Di Bartolomei

Quando si dice seguire una parabola: 
Marco Gervasoni, storico contemporaneo dell’università del Molise, craxiano per formazione, è diventato un hater sui social network per passione – e perché piace alla destra a cui si è legato, ovviamente, quella della Lega e del salvinismo che rifiuta ogni limite di continenza verbale. 
E pensare che nel 2000, da giovane ricercatore, il professore dedicava i suoi studi a Piero Gobetti, il liberale amico di Gramsci odiato dal fascismo; nel 2020 Gervasoni, cinquantaduenne nemico dichiarato del politicamente corretto, scrive gli editoriali per La Verità di Maurizio Belpietro, uno che la parola con la F non la manda in stampa neanche per errore.

(foto: L’Espresso)

I fatti ormai sono noti: la vicepresidente della Regione Emilia Romagna Elly Schlein è stata scelta dal settimanale L’Espresso per la sua copertina, che la indica come un modello di sinistra possibile. Giusto? Sbagliato? Macché! Per Gervasoni il problema si è rivelato del tutto un altro, e così pressante da dedicargli un post su Twitter: “Ma che è, n’omo?”, ha twittato l’accademico nato a Milano.

L’offesa a Schlein è l’ultimo atto di una carriera che ormai sembra una corsa a spararla sempre più grossa, in cui quelle che un tempo avremmo definito – almeno – gaffes diventano medaglie da appuntarsi al petto, in un’infinita rincorsa all’indicibile.

Non è neppure un commento sessista, quello di Gervasoni: è solo un bercio da bulletto, un gridolino da recordman degli insulti social. Il seguito della faccenda è prevedibile: il suo pubblico di riferimento applaude e ci mette il carico da 11: è il modello della sinistra che vuole per il popolo solo le racchie, si obietta (un acuto follower di Gervasoni aggiunge che le donne veramente belle sono solo nel porno o negli harem dei miliardari. Ed ecco bello e pronto l’immaginario erotico degli amici del professore).

Qualcuno s’incazza con lui e tra questi escono anche commenti sull’aspetto fisico dello stesso Gervasoni, scadendo al suo livello. Dagospia titola su questa mesta dinamica e lui non si fa scappare l’occasione: dice che il suo post voleva essere proprio questo, una provocazione per mettere a nudo la cattiva coscienza della sinistra. 
“Un esperimento sociale”, ma certo: come abbiamo fatto a non pensarci? Come giustificazione non sta in piedi, ma questo ovviamente a Gervasoni non interessa, perché lo storico è abituato a spararle grosse e cerca la rissa per presentarsi come l’eroe della sua parte.

Il nostro nasconde il suo profilo social sotto il ritratto di François-René de Chateaubriand, lo scrittore romantico francese che fuggì dalla Francia rivoluzionaria e finì per combattere  contro il suo paese con l’esercito degli emigranti, una specie di Vandea in esilio. Fenomenale scrittore e animatore del romanticismo francese, grande e confuso reazionario che ebbe la conservazione e soprattutto la straordinaria considerazione di sé come bussola politica. 
Ecco, Chateaubriand non mi sarà simpatico ma – immaginandocelo, non senza qualche difficoltà, traslato nel mondo odierno – non avrebbe mai scritto quegli insulti su Twitter. 
Andrebbe fatto sapere al Gerva che la maschera dietro la quale nascondere i suoi rancori e i suoi interessi che si è scelto non è la più adatta.

E non è nemmeno l’unica. Qualche anno fa (quando era direttore scientifico della Fondazione Craxi) il nostro aveva scritto un libro sugli anni Ottanta uscito per Marsilio nel 2010, Storia d’Italia degli anni ottanta, un peana al decennio della Milano da bere e di quello che per burla veniva chiamato edonismo reaganiano. 
Il decennio veniva letto tutto in chiave mediatica tra le tv di Berlusconi e i film dei Vanzina. 
Certo, c’erano anche i grandi mutamenti sociali e i nuovi modelli ideali, ma tutto appariva solo immagine (e neppure immaginario). La passione di Gervasoni per Craxi era – e probabilmente è ancora oggi, anche se ormai i suoi miti appaiono soprattutto salviniani – un’idolatria più delle piramidi che l’artista Filippo Panseca costruiva per il segretario del Psi che delle intuizioni politiche del leader milanese. E 
Craxi che non era propriamente uno che le mandava a dire: un figuro della pochezza di argomenti di Gervasoni non lo avrebbe mai lasciato avvicinare.

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