Per l’Onu la legge di sicurezza di Hong Kong viola le norme internazionali


L’importante presa di posizione è arrivata in seguito a un rapporto curato da un team di esperti in materia di diritti umani. A essere contestata è la definizione di “atti sovversivi”: presterebbe il fianco ad abusi e a limitazioni delle libertà personali

L’attivista Nathan Law insieme a un manifestante uiguro (Foto: Tobias Schwarz/Afp/Getty Image)

L’Organizzazione delle nazioni unite, attraverso una relazione curata da un team di esperti in materia di diritti umani, ha condannato la legge di sicurezza introdotta dalla Cina a Hong Kong poiché violerebbe numerose norme del diritto internazionale, e persino la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Nel documento viene sottolineato che la legge, in vigore nell’ex colonia da ormai 2 mesi, presenterebbe grandi e gravi lacune dal punto di vista giuridico, tali da favorire l’abuso di libertà fondamentali come quella di espressione. Inoltre, non soddisferebbe i tre criteri basilari sanciti dalle leggi internazionali: “Necessità, proporzionalità e non discriminazione”.

L’Onu per la prima volta da quando la legge di sicurezza è stata approvata ha assunto una posizione netta nei confronti della Cina richiedendo una “revisione accurata” per garantire il rispetto degli “obblighi internazionali in materia di diritti umani”.

Le definizioni più controverse

La preoccupazione del pool incaricato dalle Nazioni unite riguarda la definizione di “atti di sedizione, sovversione e secessione” contenuta nella legge. Si tratta di una fattispecie di reato descritta in maniera poco precisa, che non risponde in alcun modo alla definizione di terrorismo universalmente riconosciuta. “Questa norma” – si legge nel documento – “può essere utilizzata in maniera del tutto impropria e impiegata per colpire voci di dissenso come gli attivisti per i diritti umani, giornalisti o alcuni membri della società civile”. Infatti, da quando la legge è stata approvata e introdotta a Hong Kong, ci sono già stati 25 arresti, soprattutto tra le personalità di spicco del movimento pro democrazia, ispezioni a giornali, tv o radio e molti cittadini hanno deciso di trasferirsi all’estero, in paesi con una politica migratoria favorevole.

“Siamo preoccupati che la punizione degli atti di sovversione diventi un modo per detenere, processare e criminalizzare persone impegnate in attività politiche, sociali ed educative”, hanno evidenziato gli esperti. È stata criticata anche l’istituzione di una forza di polizia segreta, di un comitato di sorveglianza guidato dal governo di Pechino e l’obbligo per la polizia e pubblici ministeri di osservare un giuramento di segretezza. Aspetti che dimostrerebbero quanto l’intero sistema istituzionale di Hong Kong sia di fatto compromesso, e per i quali rimarrebbe ben poco dello status di libertà di cui la città-stato godeva prima della legge di sicurezza.

Non è chiaro se a queste dichiarazioni seguiranno azioni più concrete da parte della comunità internazionale, ma da parte sua la Cina continua a difendersi da quelle che più volte ha definito accuse prive di fondamento. Esplicative, in tal senso, sono state le parole della portavoce del ministero Hua Chunying: “La legge protegge i cittadini di Hong Kong: serve a difenderci da chi ci calunnia e da chi si intromette nelle questioni del nostro paese”.

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