Perché non usare vaccini speciali sugli animali selvatici per evitare nuove pandemie?


È la proposta di due biologi americani: vaccinando i reservoir animali di potenziali virus pandemici con farmaci in grado di propagarsi autonomamente nelle popolazioni potremmo sconfiggere il prossimo virus pandemico ancor prima che faccia la sua comparsa

vaccini
(foto: JEAN-PHILIPPE KSIAZEK/AFP via Getty Images)

Ebola, Nipah, Covid-19, dengue, Sars e Mers, solo per citarne alcune. La lista purtroppo è lunga, i rischi concreti: sappiamo da anni che le zoonosi, le malattie trasmesse agli esseri umani dagli animali, sono uno dei pericoli maggiori che minacciano la salute globale. Anche per colpa dei rapidi cambiamenti che stiamo imponendo agli ecosistemi del pianeta, che moltiplicano le occasioni di contatto tra umani e animali selvatici, e quindi la trasmissione di nuove malattie, potenzialmente catastrofiche. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, in una fase in cui ancora lottiamo per uscire dalla pandemia causata da Sars-Cov-2, un virus dei pipistrelli, passato per i pangolini (è ancora l’ipotesi più probabile) e poi chissà per quali altre specie prima di evolvere in una forma capace di infettare anche noi. Nonostante anni di allerte, avvertimenti e anatemi, fino a oggi la scienza ha potuto ben poco contro questi nemici invisibili e mortali. Tanto che inizia a farsi forte la richiesta di un cambio di strategia, un approccio proattivo che ci porti a disinnescare il pericolo prima della prossima, drammatica, pandemia. Come fare? Una delle opzioni più ovvie è quella di utilizzare i vaccini. Non per immunizzare gli esseri umani però, ma gli animali che rappresentano il reservoir, il serbatoio di nuovi, potenziali, virus pandemici. Un’ipotesi difficile da mettere in pratica, a meno di ricorrere ai vaccini auto-diffondenti (o meglio self-disseminating), opzione tecnologicamente possibile, ma ancora mai utilizzata su ampia scala.

Vaccinarne uno, immunizzarne cento

A proporre con forza questo cambio di strategia è un articolo pubblicato su Science da due biologi dell’università dell’Idaho. Una riflessione che inizia da un assunto: le attuali strategie utilizzate per prevenire lo spillover di virus animali si sono dimostrate inefficaci. Prima l’hiv (trasmesso alla nostra specie dalle grandi scimmie africane), poi ebola, ora Sars-Cov-2: tutte le grandi epidemie degli ultimi decenni hanno avuto origine nella fauna selvatica. Cosa facciamo attualmente? Monitoriamo la situazione, vacciniamo gli animali da allevamento nel caso di virus già noti, e interveniamo quando sorge un problema. Troppo poco: quel che serve – scrivono gli autori del nuovo studio – è un approccio più aggressivo, che permetta di affrontare i problemi prima che si trasformino in catastrofi.

La difficoltà nasce dal fatto che i reservoir naturali dei virus pronti al salto di specie (potenzialmente in grado di divenire infettivi anche per noi) sono rappresentati per lo più da specie selvatiche. Animali praticamente impossibili da vaccinare con le strategie convenzionali. Se i vaccini fossero in grado di propagarsi autonomamente tra gli esemplari di una popolazione a rischio, però, le cose cambierebbero radicalmente. Basterebbe catturare, immunizzare e poi liberare una frazione degli esemplari di un’area per assicurarsi di raggiungere l’immunità di gregge necessaria a eliminare un virus potenzialmente dannoso. Come è possibile ottenere un simile risultato? Esistono almeno due possibilità.

Vaccini trasmissibili

La prima opzione è quella di utilizzare, come vaccino, un virus capace di infettare anche esemplari secondari (altri animali con cui entra in contatto quello immunizzato), e di trasmettere così la resistenza a un patogeno all’interno di una popolazione. Non è molto differente da quello che avviene con un vaccino tradizionale: anche in quel caso infatti si utilizzano virus attenutati del ceppo che vogliamo combattere, o vettori virali ingegnerizzati per trasportare l’antigene che vogliamo presentare al sistema immunitario. Solitamente, però, si cerca di evitare che i virus utilizzati per il vaccino possano infettare altri individui, perché potrebbe rappresentare un inutile rischio per la salute (i vaccini sono pur sempre farmaci, con qualche effetto collaterale). Nel caso degli animali selvatici, però, gli scrupoli sono ovviamente minori. E assicurandosi di minimizzare i rischi, è pensabile l’utilizzo di un vettore virale infettivo come vaccino.

È stato sperimentato in passato per combattere la mixomatosi dei conigli europei, infettandoli con un ceppo del virus meno aggressivo, e lasciando che si diffondesse per immunizzare gli animali anche dai ceppi pericolosi. Un approccio più innovativo, utilizzato per esempio nel tentativo di sterilizzare l’inarrestabile popolazione di topi australiana, consisterebbe invece nell’utilizzo di virus ricombinanti ingegnerizzati per essere innocui, capaci di esprimere un antigene del virus che vogliamo combattere e di diffondersi tra più individui.

Vaccini trasferibili

Una seconda strategia consiste nell’utilizzare vaccini che possono diffondersi da un esemplare al resto della popolazione pur senza infettare l’organismo degli animali. Un buon esempio potrebbe essere un vaccino orale introdotto in una pomata che viene spalmata sulla pelliccia dei pipistrelli, i quali una volta liberati tornerebbero alla propria colonia facendo entrare in contatto con il vaccino altri esemplari durante il grooming (la toelettatura di gruppo praticata da molte specie di mammiferi per rinsaldare i legami nel gruppo). Soluzioni simili permetterebbero di disseminare il vaccino anche in una popolazione di animali selvatici, con minore efficacia di un virus trasmissibile, ma comunque con sforzi molto minori rispetto a una vaccinazione tradizionale.

Sarebbe sufficiente? Diversi indizi puntano verso una risposta affermativa. Nel 2017 un team di ricercatori peruviani e inglesi ha eseguito un esperimento per verificare l’efficacia di una simile strategia per debellare la rabbia nei pipistrelli vampiro peruviani. Utilizzando una vernice fluorescente come proxy di un vaccino trasferibile hanno catturato qualche decina di esemplari di pipistrello, colorandoli con la vernice e poi lasciandoli tornare alle loro colonie. Scoprendo poi l’indomani che in due delle tre analizzate nello studio l’86% degli esemplari era entrato in contatto con la vernice. Una percentuale sufficiente – concludevano nel loro studio – per garantire un’immunità di gregge nei confronti di una malattia infettiva.

I nuovi calcoli

Tornando alla ricerca più recente dell’università dell’Idaho, i calcoli effettuati dai due autori indicano che entrambe le soluzioni proposte possono risultare efficaci, pur avendo ognuna i propri pro e contro. Nel caso dei vaccini trasferibili, il limite principale è rappresentato dalla cortissima catena di diffusione del vaccino. Un animale vaccinato in questo modo può trasmettere il vaccino solamente a un certo numero di individui, i quali non sono più in grado a quel punto di diffonderlo ulteriormente. Anche così, numeri alla mano potrebbe risultare sufficiente per eliminare un virus pericoloso almeno temporaneamente, e con interventi periodici si potrebbe minimizzare il rischio di un salto di specie.

Anche i vaccini trasmissibili, dal canto loro, non garantiscono necessariamente la trasmissione dell’immunità ad un numero indefinito di esemplari, perché spesso dopo uno o due passaggi il virus smette di infettare efficacemente nuovi individui. Ed è un bene, perché un vettore virale aggressivo presenta un pericolo concreto di insorgenza di nuove mutazioni (che aumenta con ogni nuova generazione), e dagli effetti difficilmente prevedibili.

Entrambe le strategie, insomma, hanno le potenzialità per risultare efficaci. Servirebbero molte ricerche per arrivare a testarle realmente, e bisognerebbe valutare con cura quali tra le migliaia di virus animali attualmente monitorati presentano i rischi maggiori di evolvere in una forma pericolosa per la nostra specie. Ma si tratterebbe di una rivoluzione copernicana potenzialmente in grado di prevenire sul nascere il rischio di nuove pandemie. Il gioco vale la candela – almeno secondo i due ricercatori dell’università dell’Idaho – visti i potenziali benefici, e gli investimenti necessari per ottenerli, tutto sommato abbordabili, e sicuramente inferiori ai costi (umani, economici e sociali) di una pandemia come quella che stiamo ancora affrontando.

Potrebbe interessarti anche





Vai all’articolo Originale!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

X