Il nuovo Mulan manda in tilt la correttezza Disney


Non solo è incapace di trovare quella clamorosa grandiosità che hanno i lavori cinesi, ma finisce addirittura per distruggere il vero femminismo del film originale degli anni ’90

Prima o poi doveva succedere che, a furia di inseguire la correttezza e rivedere i film per aggiustarli ai tempi, Disney si incastrasse, aprendo una falla da una parte e tappare un buco dall’altra.

Le ragioni per le quali da un decennio vediamo di continuo rifare i classici animati con attori dal vero (o quando i protagonisti sono animali in computer grafica) sono parecchie e il facile incasso è solo una. Non centra la presunta mancanza di idee: alcuni di questi remake sono così diversi da metterne in campo parecchie; è più una questione di rinnovo del copyright sui personaggi che è destinato a scadere, unita all’esigenza di cambiare una serie di questioni relative a quei film che oggi non sono più presentabili. Sono i gatti siamesi di Lilli e il vagabondo che prendono in giro i cinesi, sono i corvi di Dumbo che imitano gli afroamericani (ma doppiati da bianchi) e tante, tantissime altre caratterizzazioni ormai poco accettabili.

Alle volte però, a furia di aggiustare-piegare-pulire, si finisce per fare peggio. Come accade con Mulan. L’idea qui, sembra di capire, era di prendere il film degli anni ’90 e realizzarlo in maniera più corretta. Cioè lasciando interpretare personaggi cinesi ad attori cinesi (per lavare il peccato di appropriazione culturale, come già Il re leone nuova versione faceva adottando solo doppiatori afroamericani) e rispettando maggiormente la cultura di partenza. Così Mulan del 2020 diventa un wuxiapian, genere tradizionale e insieme spettacolare di titoli cinesi tanto stilizzati tipo La foresta dei pugnali volanti o Hero, molto attenti alla forma, al colore e allo splendore degli scenari, in cui ci sono arti marziali idealizzate, personaggi che volano e grandi armonie con le colonne sonore.

Non solo, però, Mulan è un pessimo wuxiapian, moscio negli esiti, pigro nello spettacolo e incapace di trovare quella clamorosa grandiosità che hanno i lavori cinesi, ma finisce per perdere l’unico elemento che rendeva innovativo, femminista e militante l’originale. Il che è incredibile, considerato che molti dei remake Disney abbiano iniettare femminismo in storie molto poco femministe (La bella addormentata che diventa Maleficent, Biancaneve che diventa un’eroina d’azione o la nuova Cenerentola più consapevole).

La nuova Mulan è modellata come gli eroi maschili, per essere loro pari. Il suo problema, quindi, è aderire ai valori veri dei guerrieri (sincerità, onore, onestà…) e siccome, nella trama, mente a tutti fingendosi uomo per combattere al posto del padre anziano, non può mai raggiungere la pienezza del proprio chi, non può mai cioè realizzarsi in pieno. Questo cancella completamente la parte più militante (e quella sì davvero femminista) del film originale, ovvero il fatto che, una volta sperimentata la vita come uomo e poi tornata nei panni di una donna, Mulan capisse che di colpo nessuno la ascoltava più.

Del resto, Mulan era parte di quella serie di film del Rinascimento Disney molto più in linea con i tempi, fatti di principesse come Ariel oppure Belle o, ancora, Jasmine di Aladdin, che si ribellano ai genitori, scappano, cercano altre vite e vogliono realizzarsi fuori dalla tradizione che le ingabbia (poi, però, solitamente tornano a casa e fanno quel che era previsto per loro). Erano film di ribellismo giovanile. Ripulendo Mulan per essere più corretto, finisce per essere meno corretto, per buttare via l’unico film d’animazione della storia Disney che avesse davvero tratti esplicitamente femministi.

Questo nuovo Mulan aderisce ai valori che raccontano i wuxiapian (per l’appunto onore, sincerità…) e perde lo snodo di trama in cui il drago Mushu, la spalla comica di Mulan (che in questo remake non c’è), la guardava mentre lei cercava di avvertire l’impero che il nemico stava alle porte, che c’era un piano contro di loro imminente, e vedendola stupita del fatto che nessuno le desse retta la ammoniva con depressa ovvietà: Sei tornata donna, te lo sei dimenticata?. In quel cartone ci voleva che lei mettesse i panni da uomo per essere ascoltata e poter salvare tutti, che era un messaggio fortissimo e pessimista.

Quello snodo di trama c’è anche qui, solo senza questo scambio. Così il motivo per il quale inizialmente non la ascoltano diventa il fatto che, essendosi finta uomo, è considerata un guerriero senza onore e non le si può credere. Basteranno, però, poche battute da un paio di minuti perché tutti cambino idea senza altre ragioni apparenti e la storia possa avanzare. Chi non conosce l’originale non noterà la differenza e se, dovesse avere successo, la Disney avrà rimpiazzato la storia di una ribelle contro le differenze di sesso con quella di una ribelle che per amore del padre impara a diventare un guerriero nonostante non sia uomo.

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