Che cos’è la Fondazione Scp e cosa c’entra con le leggende metropolitane


Un’introduzione alla Fondazione Scp, il progetto di scrittura collettiva che dal 2007 reinventa il leggendario contemporaneo

Un opuscolo della Fondazione Scp visibile nel videogioco indipendente Scp -Containment breach (immagine: SCP: CB / CC BY-SA)

Nonostante i social media, internet rimane un luogo capace di creare meraviglie. Una di queste è la Fondazione Scp, una comunità di scrittori che dal 2007 costruisce un complesso universo alternativo, popolato di mostri e anomalie, al quale possiamo accedere con un click. Le loro creazioni hanno ispirato libri, un’opera teatrale, e soprattutto videogiochi.

Le mod Scp di Minecraft, il gioco per costruire mondi, sono uno degli esempi più famosi. Grazie a queste versioni, è possibile trovare nel videogame i luoghi e le creature descritte sul sito della Fondazione. Molti giocatori approdano alla Fondazione proprio da questi spin-off, e stando a Google alcuni di loro un po’ ingenuamente si chiedono se esista davvero questa società segreta, che ha la missione di mettere in sicurezza, contenere e proteggere (Secure, Contain, Protect, o Special Containment Procedures) creature, luoghi o cose che violano le leggi della natura, e che quindi la società non potrebbe tollerare.

Ovviamente la risposta no, e basta leggere le Faq sul sito, che ha anche una branca italiana: la Fondazione Scp è un progetto di scrittura collettiva, e le sue creazioni esistono solo ed esclusivamente nell’universo della Fondazione stessa.

Dai creepypasta alla Fondazione scp

Per capire la popolarità e la longevità della Fondazione Scp non è però sufficiente dire che è finzione. Innanzitutto è un progetto collaborativo, e il sito è infatti una Wiki, cioè ogni parte è modificabile dalla comunità sul modello dell’enciclopedia on line Wikipedia. E come per qualsiasi Wiki, ci sono regole da rispettare. Il cuore del sito è costituito dalle descrizioni delle anomalie, chiamate genericamente oggetti. Ognuno di questi è etichettato in modo univoco con la sigla SCP seguita da un numero. Ogni oggetto è poi classificato in base alle sue caratteristiche. In ordine di pericolosità crescente abbiamo Safe, Euclid e Keter, che sono le classi più comuni, ma non le sole.

La scheda che descrive l’oggetto è altrettanto schematica. Il testo deve essere clinico ed emotivamente distaccato. Gli autori devo scrivere dal punto di vista di uno degli scienziati della Fondazione che progettano il contenimento degli oggetti e il loro studio.

Ed è qui che la Fondazione Scp si distingue dai creepypasta, cioè quelle creazioni (racconti, disegni, video, suoni ecc…) ideati per spaventare e per essere replicati, come Slenderman o Siren Head. I creepypasta non devono seguire uno stile e un universo condiviso. Intorno a creature popolari come quelle citate può formarsi un canone che lega diverse storie, ma ogni creepypasta nasce in maniera indipendente, e non è nemmeno legato a un sito in particolare o una comunità organizzata.

Questione di stile

Nel caso della Fondazione Scp, invece, ogni contenuto è un elemento del tutto, cioè della fondazione stessa. Quello che si richiede agli autori è quindi di essere coerenti con l’universo all’interno del quale operano. Se poi i creepypasta spesso mimano le leggende tradizionali, per lo più storie raccontate da qualcuno, la Fondazione usa altri mezzi per evocare il brivido.

Le schede degli Scp hanno l’aspetto di un documento governativo che è stato de-secretato, comprese le parti censurate. Megan Pallante, che ha studiato la Fondazione per la sua tesi Secure, Contain, Protect: Building a Digital Folklore Mythos through Collaborative Story Creation (2017), paragona l’estetica di queste creazioni ai file del famoso programma Mkultra, di cui Wired ha parlato in dettaglio. Le schede mimano questo tipo di rapporti nella struttura e nel linguaggio. Il lettore di riferimento non è il pubblico generico, ma un funzionario abbastanza importante da avere accesso alle informazioni. La sfida è allora far emergere l’orrore di cui molti degli Scp sono capaci (alcuni sono relativamente benigni), ma senza raccontarlo come se fosse una qualsiasi storia intorno al fuoco. Dobbiamo essere noi lettori ordinari, che sbirciamo di nascosto dietro le quinte della Fondazione, a immaginare le implicazioni dietro il gergo scientifico-militare.

Leggende in Creative Commons

Prendiamo per esempio Scp-895, di classe Euclid. È una bara di quercia che la Fondazione ha isolato in uno dei suoi depositi sotterranei. Nelle procedure speciali di contenimento leggiamo che non è consentito avvicinarsi all’oggetto con fotocamere, videocamere o microfoni senza autorizzazione. Il motivo è spiegato nella sezione successiva: le registrazioni mostrano immagini terribili dell’ambiente intorno alla cassa, in grado di portare alla pazzia chi le guarda. Chi è sul posto però non vede nulla di strano. Non si sa qual è l’origine della cassa, e le censure ci impediscono di sapere dove e quando la Fondazione ne è venuta in possesso. Ciliegina sulla torta: una gif che simula il feed dal vivo della cassa isolata.

Nonostante l’originalità, come i creepypasta anche la Fondazione Scp ha un forte legame col folklore tradizionale, e in particolare con le leggende metropolitane. Se l’ostensione, come spiegato recentemente su Wired, è il meccanismo per cui una leggenda diventa reale, Pallante spiega che può esistere anche l’ostensione inversa, cioè la creazione deliberata di nuove leggende a partire da temi e narrazioni familiari a un gruppo. È successo con Slenderman, e probabilmente è anche il caso della Fondazione Scp.

La comunità, con decine di migliaia di utenti in tutto il mondo, progetta i contenuti per dare un’illusione di realtà. E per farlo usa una varietà di tecniche, tra cui anche quella di ispirarsi a leggende urbane e a narrazioni condivise (SCP-049, per esempio, è ovviamente il famoso medico della peste), reinventandole dal punto di vista del personale di un progetto segreto ed eticamente equivoco (tipo Mkultra). Come scrive Pallante: “Spesso gli articoli più apprezzati sono quelli che incoraggiano i lettori a pensare alla Fondazione come realistica, anche se solo per un momento. Ottengono questo risultato attraverso l’ostensione inversa durante l’intero processo di scrittura. La comunità crea, partecipa e rappresenta i miti della Fondazione. Per la comunità, la Fondazione esiste, anche se non è reale.”

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