Alla Berlinale una scelta storica: i premi non avranno genere


Addio premi a miglior attore e miglior attrice, al loro posto Orsi per la miglior interpretazione protagonista e non protagonista. Ecco perché rappresenta una svolta per l’intera industria cinematografica

(foto: Abdulhamid Hosbas/Anadolu Agency via Getty Images)

La Berlinale è, per chi ancora non la conoscesse, il festival cinematografico più sperimentale, d’avanguardia e audace d’Europa. Quello in cui il tappeto rosso è l’ultima cosa a cui prestare attenzione. Nel gelo berlinese di febbraio ci si chiude ogni anno in sala – tutti, star e gente comune da ogni parte del mondo – per assistere in religioso silenzio all’opera di un autore sconosciuto, come famosissimo. Questo per dire che un certo azzeramento delle differenze più superficiali (star / spettatori, autorialità / vetrina, autori emergenti / cineasti affermati etc.), così come una particolare attenzione ai discorsi di genere riscontrabile da programmi e selezioni, erano già endemici nel festival, attivo da settant’anni. Da quest’anno a tenere le redini della direzione artistica c’è l’italiano Carlo Chatrian, classe ’71, ex direttore del Festival di Locarno, accanto al direttore esecutivo Mariette Rissenbeek. Ecco, sono loro i promotori di quella che verrà ricordata come una svolta storica nel cinema e non solo: basta con i premi al miglior attore e alla miglior attrice, il genere non conta, conta solo il talento.

Nell’edizione 2021, che si terrà in presenza e non online, saranno quindi assegnati l’Orso d’argento alla miglior interpretazione protagonista e l’Orso d’argento alla miglior interpretazione non protagonista. Fin qui nulla da dire, se non applausi scroscianti per un’iniziativa innovativa che chiude una volta per tutte con le polveri del passato per aprire a un futuro incentrato sulla persona, al di là del genere.

Elio Germano, vincitore dell’Orso d’argento come miglior protagonista 2020

Tra gli elogi e le critiche, tuttavia, una questione su tutte merita attenzione: il rischio, ancora una volta, di fallocentrismo. Ovvero, data la predominante presenza di protagonisti maschili nei film – fenomeno valido a livello internazionale: i film nel 2020 vengono ancora per la maggior parte pensati, scritti e interpretati da uomini – un’iniziativa simile non rischierà forse di penalizzare la minoranza di interpreti femminili, costrette così a una sorta di concorrenza sleale, non fosse altro in termini numerici?

Un quesito centrale e non trascurabile, nel ribadire che abolire i riconoscimenti per sesso e optare per una premiazione totalmente genderless rappresenta, oltre che una vera rivoluzione nelle prassi dei festival, un gesto insieme artistico e politico fondamentale. Un (primo) passo importante non solo per quanti si riconoscono in un genere non binario e per la comunità Lgbt+, ma per l’intera industria cinematografica. L’obiettivo è chiaro, si va verso una sempre maggiore sensibilità sulle questioni di genere: c’è solo da attendere e stare a vedere come risponderanno i vari Festival di Cannes, Oscar ed Emmy Awards.

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