La pandemia di Covid-19 sta mettendo nei guai il Sud del mondo


Nei paesi più poveri il distanziamento sociale è spesso impossibile, ma anche il negazionismo può aiutare il coronavirus a diffondersi. Uno sguardo a come sta andando l’epidemia nel mondo

Ormai è chiaro: il coronavirus Sars-CoV-2 non se n’è andato con la bella stagione, e complice l’alta contagiosità è destinato a restare a lungo con noi. Se in Europa l’estate ha concesso una tregua – guadagnata al costo di un durissimo lockdown e con l’aiuto del clima caldo che invoglia a passare più tempo all’aperto – a livello globale la pandemia di Covid-19 ha continuato a diffondersi. Secondo il bollettino della Johns Hopkins University, sono già stati superati i 23 milioni di infezioni, con oltre 815mila morti. E mentre nella prima fase dell’epidemia servivano settimane per contare 100 mila nuovi casi, adesso è questione di ore. L’unica buona notizia è che nell’ultima settimana si è registrato un calo del 5% nei contagi rispetto alla settimana precedente, ma è ancora presto per parlare di un rallentamento dell’epidemia.

Nel Sud del mondo va sempre peggio

È difficile farsi un’idea precisa del quadro globale perché ogni Paese vive una situazione diversa e in continuo mutamento. Numeri alla mano, tuttavia, è evidente che oggi sono soprattutto i Paesi del sud del mondo a vedersela peggio. L’America Latina è da settimane l’epicentro della pandemia: nel solo Brasile sono stati superati i 3 milioni e mezzo di casi e i 115 mila morti. Il Perù ha raggiunto i 600 mila contagi, seguito a ruota da Messico e Colombia. Nonostante l’America Latina abbia meno del 10% della popolazione mondiale, conta ben un quarto delle infezioni complessive e quasi la metà di tutte le vittime registrate nell’ultimo periodo.

Come ha ben spiegato a The Atlantic Jarbas Barbosa, vicedirettore della Pan American Health Organization, i rimedi che si sono dimostrati più efficaci nelle nazioni ricche non sempre si possono applicare in quelle povere, dove i tamponi scarseggiano, i sistemi sanitari sono più vulnerabili e manca una rete di protezione per le fasce più deboli della popolazione. In America Latina, aggiunge Barbosa, le misure di distanziamento sociale sono riuscite a frenare la diffusione del contagio ma non ad appiattire la curva epidemica.

Senza un sostegno socioeconomico, il lockdown è un’arma spuntata perché rispettare le restrizioni diventa impossibile quando metà della popolazione, come avviene in America Latina, vive di economia informale. In India e nei Paesi dell’Africa sub-sahariana l’economia informale impiega quasi il 90% della forza lavoro. Per queste persone lo smart working non è un’opzione e la scelta è tra seguire le misure di contenimento o patire la fame. A tutto questo si aggiunge l’affollamento di metropoli come Delhi o São Paulo, e persino le difficoltà di accedere all’acqua per lavarsi le mani che affligge le regioni più povere del Sud del mondo. Non sorprende che l’India sia la terza nazione più colpita dalla pandemia, con oltre 3 milioni di contagi e 58 mila morti. Purtroppo, come scriveva l’antropologa Mary Douglas, qualsiasi sia il pericolo che l’umanità si trovi ad affrontare “il povero rischia di più”.

L’Africa resta infine una grande incognita. In molti Paesi del continente, dove è stato superato il milione di contagi, l’esperienza maturata con l’ebola e gli scambi commerciali ridotti rispetto ad altre regioni più connesse, avevano consentito di limitare i casi di importazione dall’Europea e dall’Asia. Anche la bassa età media della popolazione può avere giocato a favore nell’arginare la diffusione del coronavirus, ma gran parte degli esperti sospetta che il numero delle vittime e delle infezioni sia ampiamente sottostimato. La Tanzania si rifiuta persino di fornire i dati sull’andamento dell’epidemia e l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) non ha mai nascosto il timore che il continente potrebbe trovarsi di fronte a una catastrofe sanitaria se la Covid-19 si diffondesse come ha fatto nel resto del mondo.

I danni del negazionismo

D’altro canto, neppure la disponibilità di risorse economiche e tecnologiche appare sufficiente a domare un agente infettivo come Sars-CoV-2. Gli Stati Uniti sono l’esempio più eclatante: in cima alla classifica dei Paesi considerati meglio preparati a fronteggiare una pandemia, oggi detengono il primato dei contagi: oltre 5 milioni e mezzo, con più di 178 mila vittime. A riprova che una mala gestione dell’emergenza può vanificare tutto, affossando persino l’economia di una superpotenza.

Il negazionismo sfegatato di Donald Trump ha peraltro contagiato altri leader del mondo, dal presidente brasiliano Jair Bolsonaro al premier indiano Narendra Modi. E guarda caso Stati Uniti, Brasile e India sono i tre Paesi più colpiti dalla pandemia. Sebbene non sia certo l’unico fattore in grado di spiegare la débâcle, appare evidente come il tentativo di negare o sminuire il pericolo possa indurre le persone a esporsi al rischio, vanificando l’efficacia delle misure di precauzione. Ne abbiamo avuto un assaggio anche in Italia a fine febbraio, quando al coro della “Milano non si ferma” seguì un’esplosione dei contagi; e di nuovo nelle scorse settimane, quando alcuni esperti hanno incautamente sostenuto che il coronavirus fosse ormai clinicamente scomparso.

Sono qui per restare

Quel che è già accaduto in molti Paesi europei – dalla Spagna alla Francia, dalla Germania all’Italia – mostra invece che basta abbassare la guardia per assistere a una risorgenza dell’epidemia. Purtroppo, in assenza di terapie e vaccini, allentare le restrizioni per riprendere a vivere non significa che si può smettere di fare attenzione. A maggior ragione quando si ha a che fare con un agente infettivo subdolo come Sars-CoV-2, difficile da tracciare perché causa per lo più sintomi lievi o non ne causa affatto, ma abbastanza letale da portare gli ospedali al collasso se lasciato libero di diffondersi.

La rivista Nature ha provato a chiedersi cosa succederà nel 2021 e oltre. Nonostante le inevitabili divergenze delle previsioni epidemiologiche, gli esperti concordano su due punti: in primo luogo, l’evoluzione della pandemia dipenderà da una serie di fattori in parte ancora sconosciuti, a partire dall’immunità acquisita da chi supera la malattia, ma sarà enormemente influenzata dai comportamenti individuali e dalle scelte dei governi. In Europa la prova del nove arriverà in autunno, con la riapertura di tutte le attività e la concomitanza degli altri malanni di stagione.

In secondo luogo, Sars-CoV-2 è qui per restare. Per mettere fine alla pandemia, il coronavirus dovrebbe essere eradicato in tutto il mondo, ma è un’eventualità che la maggior parte degli scienziati considera quasi impossibile vista l’ampia diffusione del contagio. L’unica alternativa è raggiungere l’immunità di gregge, che dovrebbe coinvolgere il 55-80% della popolazione e, come è ormai chiaro, potrà essere ottenuta solo con un vaccino efficace. Salvo improbabili sorprese, dovremo dunque imparare a gestire i rischi della Covid-19, come del resto già facciamo con molte altre malattie.

Potrebbe interessarti anche





Vai all’articolo Originale!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

X