Perché Trump sta facendo la guerra alle poste americane


Il presidente prova a mettere i bastoni fra le ruote al Postal Service per timore del voto per corrispondenza a novembre, e in effetti non è detto che vada tutto liscio: la politica americana è tutt’altro che scontata quando si parla di vincitori

La settimana scorsa in America hanno iniziato a circolare su Twitter diverse immagini curiose. Alcune foto scattate in Oregon, e in particolare a Portland, mostravano alcuni camion del servizio postale nazionale che, letteralmente, portavano via le cassette della posta. Le foto sono diventate virali e in breve si è parlato di sabotaggio, soprattutto in vista delle prossime elezioni presidenziali, che si terranno a novembre e probabilmente per corrispondenza a causa della pandemia. 

La rimozione delle cassette postali ha scatenato il panico sui social media; panico che il servizio postale nazionale ha cercato immediatamente di sedare, sospendendo tutte le operazioni di rimozione a livello nazionale. “Non rimuoveremo più nessuna casella postale” ha dichiarato venerdì scorso il portavoce dell’ente, Rod Spurgeon. Nonostante le poste abbiano fatto sapere che le cassette vengono spostate frequentemente a seconda del volume postale, la reazione sottolinea la maggiore sensibilità del pubblico intorno a un’agenzia che è stata nel mirino del presidente Donald Trump fin da maggio. 

Il presidente sostiene che le poste non siano in grado di gestire il voto. È falso, non c’è alcuna ragione per pensarlo: certo, come il resto dell’economia americana sono state danneggiate dall’epidemia da Covid-19, eppure dal punto di vista del volume della corrispondenza nessuno dubita che il servizio postale possa gestire il voto. Le elezioni sono effettivamente un grande evento, ma in termini di volume non sono un evento eccezionale. Ogni anno, ad esempio, solo nella settimana prima di Natale l’agenzia gestisce oltre tre miliardi di missive. Quello che più si teme sono piuttosto le complicazioni create dal nuovo capo dell’agenzia postale statunitense, Louis DeJoy. 

Nominato il 15 giugno scorso, DeJoy è stato uno dei maggiori sostenitori del presidente Trump durante la campagna del 2016. Appena è stato eletto ha messo mano al servizio postale, iniziando una vera e propria campagna di tagli al servizio. DeJoy ha affermato che i cambiamenti sono necessari per aiutare il servizio postale a diventare finanziariamente stabile. Tuttavia, secondo un promemoria pubblicato dal Washington Post, agli impiegati postali è stato ordinato di lasciare la posta in ufficio piuttosto che effettuare un viaggio in più per garantire la consegna puntuale, e questo sta causando ritardi in tutto il paese. Inoltre il prossimo mese il servizio postale è pronto a rimuovere il 10 per cento delle macchine che utilizza per lo smistamento automatico della posta. Il che potrebbe portare a ulteriori ritardi, proprio nei mesi a ridosso dell’elezione. DeJoy ha fatto sapere che “per evitare persino l’apparenza di qualsiasi impatto sul voto per corrispondenzasospenderà la campagna di tagli al servizio postale fino a che le elezioni non saranno concluse.  

Il dibattito polarizzante attorno al voto per posta sta però distogliendo l’attenzione dalla realtà. Se è vero che è il modo più sicuro per votare in una nazione che ad oggi conta 5 milioni e mezzo di infetti, è anche vero che, se si temono brogli, il modo più sicuro per votare è recarsi direttamente al seggio. In questo senso le primarie del marzo scorso in Wisconsin sono state descritte con toni apocalittici. A un certo punto è parso che gli elettori dovessero scegliere fra il voto e la propria vita. Le foto delle lunghe code sembravano presagire un’esplosione di casi. Esplosione che non è mai avvenuta, come ha dimostrato uno studio condotto dai ricercatori del dipartimento di salute della città di Milwaukee. Sappiamo che il coronavirus si diffonde quando le persone hanno un contatto prolungato al chiuso, in ambienti come ristoranti, bar, in casa o in ufficio. Come hanno dimostrato anche le grandi manifestazioni in seguito all’uccisione di George Floyd – per cui si temeva la nascita di enormi focolai mai avvenuta – la pandemia è un problema al chiuso e non all’aperto. 

Tuttavia è anche vero che la facilità del voto per posta potrebbe portare a votare l’elettorato meno bianco di sempre, che è stato sistematicamente escluso dalla possibilità di votare in modo facile e sicuro. Inoltre secondo un’analisi del Washington Postsolo un repubblicano su cinque voterà per corrispondenza. 

Per questo motivo sono mesi che il presidente Trump sta facendo di tutto per indebolire il servizio postale e assicurarsi che i voti per posta non vengano contati. Si è opposto al finanziamento di 25 miliardi di dollari al servizio postale prima delle elezioni, perché “se noi non accetteremo un accordo, loro non riceveranno i soldi. E quindi non potrà esserci un voto universale per posta”. “È una nuova forma di soppressione di massa del voto, e sta succedendo davanti ai nostri occhi”, ha sottolineato Gerry Connolly, deputato democratico della Virginia, presidente della sottocommissione del Congresso che si occupa del servizio postale. 

In gioco c’è l’integrità delle elezioni, che in generale si basa sulla possibilità che decine di milioni di schede possano arrivare nelle caselle postali degli statunitensi per poi essere consegnate ai seggi in tempo utile per lo spoglio. Perché nonostante il servizio postale si dica pronto alle elezioni, i ritardi nel conteggio potrebbero esserci eccome. A New York, ad esempio, durante le scorse primarie ci sono stati enormi ritardi; il servizio postale ha avuto difficoltà a elaborare le schede degli elettori e, di conseguenza, un numero imprecisato di voti potrebbe essere stato considerato ingiustamente nullo. Questo ha provocato l’immediata reazione di Trump, che ha ripetutamente fatto riferimento alle primarie della grande mela, avvertendo come “la stessa cosa avverrà, ma su vasta scala” in tutto il paese con l’Election Day. 

A oggi non si può dire con certezza cosa accadrà: gli Stati Uniti sono un paese complesso soprattutto quando si parla di elezioni. Non esiste un sistema centralizzato, ad esempio, che si occupa di regolare le elezioni a livello federale, ma sono quasi 4mila i sistemi elettorali presenti sul territorio statunitense. Come ha dimostrato il caso delle presidenziali del 2006, quando Trump vinse su Hillary Clinton nonostante avesse collezionato 3 milioni di voti in meno; o come ha dimostrato il democratico Pete Buttigieg durante le primarie democratiche, proclamandosi vincitore in Ohio nonostante si stessero ancora contando le schede, la politica americana è tutt’altro che scontata quando si parla di vincitori. Come ha dimostrato il caso delle presidenziali del 2000, quando per una decisione della Corte suprema Al Gore non ottenne il riconteggio delle schede elettorali in Florida, perdendo così le elezioni. 

Quello che più si teme, per concludere, è che Trump la notte delle elezioni, con un numero decisivo di voti per posta ancora da conteggiare, e in stretto vantaggio su Biden, possa dichiarare vittoria, magari con un tweet, citando irregolarità nei voti per corrispondenza. In un modo per altro simile a come fece nel 2018, quando durante l’elezione del senatore della Florida il risultato non era ancora stato deciso

Potrebbe interessarti anche





Vai all’articolo Originale!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

X